Nell’avvicinarci al congresso della SIMLA, che si svolgerà a Roma dal 18 al 20 giugno 2026, proponiamo ai nostri lettori una serie di articoli che prende forma come un itinerario tra luoghi e delitti, seguendo le strade della città attraverso i casi che le hanno segnate, dal mondo antico fino alla prima metà del Novecento, alle soglie della medicina legale moderna.
È un percorso che può essere seguito anche fisicamente, attraversando luoghi ancora riconoscibili, ma che diventa soprattutto un modo per osservare come, nel tempo, il cadavere sia stato guardato, descritto, interpretato e progressivamente utilizzato come elemento centrale nell’accertamento della verità.
Nel passaggio dall’età antica alla modernità, ciò che si modifica non è soltanto il modo di raccontare la morte, ma il rapporto stesso tra osservazione e conoscenza: si costruisce lentamente uno sguardo medico-legale capace di attribuire al corpo un valore autonomo, non più subordinato alla confessione o al racconto, ma fondato sull’analisi.
Non è un caso che questo percorso si svolga proprio a Roma: la città di Paolo Zacchia, padre della medicina legale, e il luogo in cui, a distanza di oltre quattro secoli dalle sue Quaestiones medico-legales, i medici legali tornano a riunirsi per discutere l’evoluzione e le prospettive della disciplina.
3. La Roma post unitaria. Quando la scienza entra nel delitto

Tra il Seicento e l’Ottocento si compie un passaggio decisivo nella costruzione del sapere medico e giudiziario. Se nella Roma pontificia il contributo di Paolo Zacchia aveva posto le basi di una riflessione sistematica sul rapporto tra medicina e diritto, è nel corso dell’Ottocento che quelle intuizioni trovano una progressiva organizzazione in discipline autonome.
In tutta Europa, e anche in Italia dopo l’Unità del 1870, si sviluppano saperi destinati a incidere direttamente sull’amministrazione della giustizia: la medicina legale, l’antropologia criminale, le prime tecniche di identificazione. Il clima culturale del positivismo rafforza questa tendenza, spingendo verso l’idea che anche il delitto possa essere studiato attraverso criteri fondati su elementi verificabili.
Tuttavia, nella seconda metà dell’Ottocento, questo processo è ancora incompleto. Accanto alla nascita delle discipline, persistono modalità di indagine fortemente influenzate dal contesto politico, dalle relazioni personali e dal ruolo crescente della stampa.
Nella Roma divenuta capitale, i giornali contribuiscono a costruire lo spazio pubblico del delitto: non solo lo raccontano, ma lo interpretano, lo amplificano, ne orientano la percezione. La verità si forma così in un equilibrio instabile tra accertamento giudiziario e narrazione pubblica.
È in questo quadro che si colloca uno dei casi più significativi dell’epoca, il delitto Sonzogno
Il delitto Sonzogno
Il 6 febbraio del 1875, nel cuore della Roma appena divenuta capitale, il giornalista Raffaele Sonzogno, rampollo della dinastia milanese dell’editoria, viene ucciso a coltellate nella redazione del quotidiano La Capitale, situata in via de’ Cesarini 77, nell’area che oggi corrisponde al settore settentrionale dello scavo archeologico di Largo di Torre Argentina, profondamente trasformata dalle demolizioni del Novecento.

La figura di Raffaele Sonzogno è profondamente inserita nella vita pubblica della nuova capitale: giornalista polemico, coinvolto in controversie e conflitti, si muove in un ambiente in cui informazione e politica si intrecciano strettamente. La sua morte assume immediatamente un significato che supera il fatto criminale, diventando un caso pubblico di grande risonanza.
Le indagini si sviluppano rapidamente e portano all’individuazione dell’esecutore materiale, Pio Frezza, detto “Spaghetto”, e di altri soggetti ritenuti coinvolti. Nel corso del procedimento vengono condannati all’ergastolo, come mandanti o complici, Giuseppe Luciani, Michele Armati, Luigi Morelli, detto “Caporaletto”, e Cornelio Farina.
Ma nonostante la sentenza il senso del delitto resta aperto. Nel tempo emergono interpretazioni diverse: da un lato un movente privato – il tradimento della moglie con l’amico Luciani – , dall’altro l’ipotesi di un intreccio più ampio, con implicazioni politiche ed economiche legate all’attività giornalistica della vittima.
La stampa segue il caso con continuità, contribuendo a moltiplicare le letture e a mantenere alta l’attenzione pubblica. Il delitto Sonzogno diventa così uno degli episodi più discussi della Roma post-unitaria, emblematico di una fase in cui la ricostruzione dei fatti si sviluppa soprattutto attraverso testimonianze, dichiarazioni e interpretazioni, più che attraverso strumenti tecnici consolidati.
Verso una medicina legale moderna
Proprio questa difficoltà nel distinguere tra narrazione, ipotesi e verifica rende evidente, negli ultimi decenni dell’Ottocento, l’esigenza di un sapere più strutturato e condiviso.
A Roma, nel 1897, questa esigenza trova una prima forma istituzionale con la fondazione della Società Italiana di Medicina Legale, promossa da un comitato provvisorio di cui fanno parte, tra gli altri, Cesare Lombroso e Salvatore Ottolenghi. La nascita della Società segna un passaggio significativo: da pratiche ancora disperse a un ambito di studio che cerca riconoscimento, metodo e coordinamento.
È su questo terreno, ancora in formazione, che si inserisce, pochi anni dopo, l’arrivo a Roma di Salvatore Ottolenghi.
Quando, nel 1903, Ottolenghi assume l’insegnamento di medicina legale, un istituto dedicato non esiste. Le lezioni si svolgono in sedi diverse — tra il teatro anatomico dell’Università “La Sapienza” e l’ospedale di Santo Spirito — senza una struttura unitaria capace di integrare insegnamento e attività pratica.

In quel periodo storico i cadaveri sono raccolti presso il deposito sull’Isola Tiberina, volutamente collocato in prossimità del Tevere per accogliere i corpi recuperati dal fiume ed esporli al riconoscimento pubblico, secondo una funzione che richiama quella della morgue parigina.

All’inizio del Novecento, tuttavia, questo spazio è ormai ridotto all’essenziale. Un unico ambiente con tre tavoli su cui vengono collocati i cadaveri, disposti davanti a un’ampia vetrata che li separa da chi va per il riconoscimento; una piccola sala settoria, uno spogliatoio, una stanza per i colloqui con l’autorità giudiziaria. Le operazioni sono affidate in gran parte a un custode. Non c’è altro.
È in questo contesto spartano e frammentato che Salvatore Ottolenghi si trova a operare. La sua formazione, maturata anche nell’ambiente di Cesare Lombroso, si accompagna a una elaborazione personale che lo porta a concepire l’attività medico-legale come parte di un sistema in cui accertamento, rilievo tecnico e identificazione devono essere tra loro coordinati.
Un’impostazione di questo tipo richiede luoghi adeguati e un’organizzazione capace di mettere in relazione funzioni che in quel momento restano separate.
È su queste premesse che Ottolenghi interviene, avviando un processo di trasformazione destinato a incidere non solo sulla realtà romana, ma più in generale sul modo di condurre l’indagine medico-legale.
To be continued
