In data 16 giugno 2026 la Società Italiana di Cure Palliative (SICP) ha reso pubblico un position paper di sicuro rilievo, «Il rapporto tra le cure palliative e la richiesta di suicidio medicalmente assistito», elaborato in oltre un anno di lavoro dal Comitato per le questioni etiche (COMETE), approvato dal Consiglio Direttivo il 5 giugno 2026 e disponibile gratuitamente in PDF (CLICCA QUI PER SCARICARE IL DOCUMENTO).
Gli obblighi della medicina Legale verso questo argomento
Come noto, l’argomento, pur già affrontato in webinar e convegni, non ha ancora conosciuto, da parte della medicina legale, un impegno congressuale di pari intensità, tale da affrontarne in modo organico tutti i profili: dal diritto vivente alla composizione delle commissioni, dall’elaborazione di un percorso tecnico-valutativo ai riflessi che simili valutazioni proiettano sul singolo professionista. Proprio il medico legale occupa qui una posizione centrale, nella sua funzione, più volte ribadita nel recente congresso nazionale, di transcodificatore della realtà biologica in quella giuridica.
A ciò si aggiunge l’assenza, ad oggi, di un confronto formale tra le diverse realtà territoriali, che consenta di condividere l’applicazione dei criteri e le criticità via via emerse. È una lacuna che pesa sul singolo, costretto a operare in una condizione di sostanziale isolamento, salvo gli scambi informali tra colleghi, una solitudine valutativa che mal si concilia con la delicatezza della materia.
I numeri internazionali
Si tratta, del resto, di un fronte emergente e destinato, se si guarda ai dati provenienti dall’estero, a divenire un impegno non trascurabile per la medicina legale del territorio. In Canada, dove la medical assistance in dying (MAID) è disciplinata a livello federale, nel 2024 la procedura ha rappresentato il 5,1% di tutti i decessi, a fronte di 22.535 richieste e di 16.499 persone che vi hanno avuto accesso. Più a sud, l’Oregon, titolare della più lunga esperienza in materia, nel 2025 ha registrato 637 prescrizioni e 400 decessi ai sensi del Death with Dignity Act, pari all’1,0% dei decessi dello Stato. In Europa, il Belgio, che ha legalizzato l’eutanasia nel 2002, vede oggi attestarsi su queste procedure circa il 4% dei decessi. Numeri che, prescindendo dall’analisi delle singole tipologie di caso, restituiscono la misura di un fenomeno tutt’altro che marginale.
Nel merito, il documento muove dalla tesi secondo cui cure palliative e suicidio medicalmente assistito costituiscano «risposte diverse a domande diverse»: le prime mirano ad accompagnare la persona fino alla morte naturale, riducendone sofferenza e vulnerabilità; il secondo riguarda una morte intenzionalmente anticipata e autoprocurata, quale risposta a una sofferenza che la persona giudica intollerabile.
Il piano operativo del documento
Ma è forse sul piano operativo che il position paper si fa più interessante per il medico legale, là dove distingue la fase informativa e valutativa da quella attuativa. La SICP ritiene appropriata e necessaria la presenza delle équipe di cure palliative nella prima, poiché ad esse compete la valutazione della sofferenza globale, dei sintomi refrattari, della vulnerabilità psicologica ed esistenziale, dell’effettivo accesso alle cure palliative e della qualità della presa in carico; e ciò allo scopo, niente affatto secondario, di evitare che la domanda di suicidio medicalmente assistito sia in realtà figlia di una presa in carico mancata o insufficiente. La medesima Società chiede, per converso, che sia preservata una netta separazione rispetto alla fase attuativa, pur riconoscendo che singoli professionisti possano parteciparvi a titolo personale e secondo coscienza.
Vale la lettura, e non solo per attualità. Si tratta del contributo più significativo apparso in questi giorni; un documento professionale e multidisciplinare, alla cui elaborazione ha preso parte anche uno specialista in medicina legale (la nostra Socia Dott.ssa Alessandra De Palma), utilizzabile come griglia di lettura per i casi concreti. Esso interessa direttamente chi opera nella nostra disciplina, perché incrocia consenso e capacità decisionale, valutazione della sofferenza, ruolo dei comitati etici, confini dell’atto sanitario, non abbandono terapeutico e responsabilità organizzativa. Sono, a ben vedere, le stesse questioni intorno a cui la medicina legale è chiamata, presto e non senza fatica, a costruire una propria posizione condivisa.
