Bernard Spilsbury e la morte nel villaggio
Puntata 2 – Il veleno come metodo
L’indagine ha ormai un nome e un volto: Herbert Rowse Armstrong. Le prove raccolte nel caso Martin hanno aperto una nuova pista, quella della morte di Katherine, e ora l’obiettivo è trovare conferme. Non basta il sospetto: serve la prova scientifica che trasformi una malattia in un omicidio.
Per questo entra in scena Bernard Spilsbury, il più celebre patologo forense dell’epoca, chiamato a dare un verdetto sul corpo sepolto da quasi un anno. La sua missione è chiara: scoprire se dietro le sofferenze di Katherine si nasconda l’azione lenta e metodica di un veleno.
Arresto e perquisizione
Il 31 dicembre 1921 Armstrong viene arrestato. Nelle sue tasche viene trova un pacchetto con 3¾ grani di arsenico e nella sua abitazione ne sono scoperti molti altri, ciascuno con quantità letali della sostanza.
Per confermare la causa di morte di Katherine è necessario procedere all’esumazione.
E’ ormai buio quando il 2 gennaio 1922, Bernard Spilsbury, massimo patologo forense del tempo, giunge al cimitero di Cusop. Presiede alla procedura di estrazione della bara dalla tomba e da disposizioni perchè vengano prelevati alcuni campioni di terra dalla fossa. La bara, sorprendentemente ben conservata, è quindi trasportata in un vicino locale adibito ad obitorio.
L’autopsia di Spilsbury
Il giorno seguente, alla presenza del dott. Hincks e del medico in rappresentanza di Armstrong, il dott. William Ainslie, Spilsbury apre il feretro. Doppo le procedure di riconoscimento, Spilsbury procede all’esame.
Il corpo è insolitamente ben preservato: la cute presenta segni marcati di disidratazione che depongono più per un processo di mummificazione piuttosto che per un normale processo di putrefazione. Le parti esposte, come mani e piedi, mostrano uno stadio di decomposizione avanzata mentre il tronco conserva ancora una discreta integrità dei tessuti molli. I capelli si staccano con estrema facilità e una delle lunghe trecce viene prelevata e posta in un barattolo di vetro per successive analisi tossicologiche.
All’apertura della volta cranica, il cervello si presenta di consistenza molle, colliquato, di colore verdastro, ma privo di lesioni o segni di malattia pregressa. Il cuore è ridotto di volume, con ispessimento dei lembi valvolari e piccole placche ateromasiche a livello dell’aorta, ma senza alterazioni tali da giustificare il decesso. I polmoni risultano retratti e privi di congestione marcata o focolai patologici evidenti. Il fegato mostra segni di degenerazione grassa, i reni sono di volume ridotto ma morfologicamente conservati; stomaco e intestino appaiono indenni da lesioni ulcerative o emorragiche. Tutti questi organi, insieme a campioni di tessuti molli, vengono accuratamente prelevati e sigillati in barattoli per le successive analisi di laboratorio.
Spilsbury conclude l’esame e ripone i resti nella bara, che è nuovamente sepolta, e corre a prendere il treno per Londra con i barattoli nella borsa.
Giunto a Paddington, si dirige subito al St. Mary, dove affida i campioni a John Webster perché li sottoponga ad approfondite analisi tossicologiche. All’epoca Webster può contare sul test di Marsh, già ampiamente perfezionato per rilevare l’arsenico anche in tracce.
I risultati sono impressionanti: mai, in oltre 300 casi esaminati, aveva trovato tanto arsenico in un corpo umano. Più di 3,5 grani complessivi, con oltre 2 grani concentrati in fegato e reni, segno di una dose letale somministrata negli ultimi giorni di vita. L’analisi di capelli e unghie rivela però un altro dettaglio inquietante: l’arsenico era presente da tempo, prova che il veleno era stato somministrato a piccole dosi per un periodo prolungato prima della somministrazione finale. Inoltre i campioni di terreno esclusero contaminazioni postume: l’arsenico presente nel corpo non proveniva dal cimitero.
Acquisito l’esito delle indagini di Webster e di Spilsbury il Procuratore della Corona non ha più dubbi e il 19 gennaio 1922 Armstrong è formalmente accusato dell’omicidio della moglie, oltre che del tentato omicidio di Martin.
Il processo
Il processo si apre il 3 aprile 1922. L’accusa può contare su prove chimiche solide, un quadro clinico coerente, la dimostrata disponibilità di arsenico e un possibile movente economico.
La sola presenza di Bernard Spilsbury in aula basta a dare grande peso alle conclusioni forensi. In quegli anni, come osservò un contemporaneo, il patologo sembrava poter determinare da solo l’intero percorso giudiziario di un omicidio – dall’arresto alla condanna – lasciando al boia solo l’atto finale.
Nella prossima puntata – Il verdetto
Il processo entra nel vivo: le prove raccolte, le parole dei testimoni e la forza della scienza forense si preparano a pesare sul giudizio finale.
