Bernard Spilsbury e il caso “Bride in the Bath”.
Puntata 2 – Sotto la superficie
Un nome, tre donne, nessuna prova tangibile. Ma mentre l’imputato parla di coincidenze, la terra si apre. I corpi parlano. E con loro, i primi indizi reali.
Londra, febbraio 1915
Il 2 febbraio 1915, George Joseph Smith viene arrestato a Londra per aver dichiarato il falso al momento del matrimonio con Margaret Elizabeth Lofty. All’ufficiale dello stato civile di Bath aveva detto di chiamarsi John Lloyd. È un’accusa tecnica, poco eclatante. Ma quella menzogna, unita alle morti sospette che l’hanno preceduta, basta per fermarlo. Smith si difende parlando di sfortunati incidenti, insiste sulla coincidenza, sulla fragilità delle sue mogli. Le autorità, però, hanno iniziato a collegare i punti.
Sui giornali, intanto, si parla d’altro. I titoli sono per gli Zeppelin che minacciano i cieli inglesi. La guerra si prende le prime pagine.

Ma sotto la superficie, in un altro tipo di trincea, si sta scavando un’indagine che cambierà per sempre il modo in cui la giustizia osserva la morte.
Bernard Spilsbury, giovane patologo già noto per il rigore con cui affronta ogni caso, si trova a Londra. Ha chiesto di arruolarsi, di partire per il fronte come medico, ma il Ministero della Guerra ha rifiutato: la sua esperienza è più preziosa a casa, dove la scienza comincia a diventare essenziale anche in tribunale. E quando l’ispettore Neil ottiene l’autorizzazione per l’esumazione del corpo di Margaret Lofty, è proprio a lui che viene affidato l’incarico.
La riesumazione avviene in segreto, nelle prime ore del mattino. Il corpo di Margaret viene trasferito dal cimitero di East Finchley a un capannone isolato in Summer’s Lane, lontano dagli occhi della stampa. I giornalisti, informati di un’autopsia a Islington, si concentrano altrove. Spilsbury lavora nel silenzio che preferisce. Indossa i guanti, apre la bara, osserva. Poi annota su alcuni cartoncini gli appunti più significativi.
Margaret indossa una camicia da notte bianca in flanella. Nonostante la decomposizione, il corpo è in condizioni discrete. Sulla superficie posteriore del braccio sinistro nota tre piccoli lividi il cui aspetto colloca l’epoca di produzione entro le ultime ventiquattro ore di vita della donna. Nessuna altro segno di trauma. All’interno, le porzioni encefaliche risparmiate dalla putrefazione risulta congeste. I polmoni sono collassati. la lingua non presenta segni di morso. l’imene risulta lacerato in più punti, un indizio che i rapporti sessuali sono avvenuti solo dopo il matrimonio. Nessuna traccia di avvelenamento.
Blackpool febbraio 1915
Qualche giorno più tardi, l’8 febbraio, viene riesumato anche il corpo di Alice Burnham.

Neil e Spilsbury devono muoversi con cautela, braccati dalla stampa.
La bara è stata danneggiata dall’umidità ed è ripiena per tre quarti d’acqua maleodorante in cui galleggiano frammenti di tessuti decomposti. Il corpo è in stato di decomposizione avanzato: la testa è quasi separata dal tronco, occhi e naso sono scomparsi, i tessuti molli del capo sono liquefatti. Il grasso sottocutaneo della restante parte del corpo si è trasformato in adipocera, una sostanza cerosa che si sviluppa nei corpi immersi a lungo in ambienti umidi e freddi. Il cuore è alterato dalla decomposizione ma non mostra segni di malformazioni o patologie gravi. Le valvole sono ispessite, forse, ma non abbastanza da giustificare un collasso. Anche qui, nessun veleno. Nessuna causa di morte definitiva.
Spilsbury prende nota anche della vasca da bagno della pensione: lunga appena tre piedi e nove pollici (circa 115 cm), stretta poco più di un piede (circa 35 cm). Una misura anomala, troppo ridotta per un bagno comodo, ma abbastanza per intrappolare un corpo inerte.

E proprio mentre Neil e Spilsbury si trovano a Blackpool, giunge la notizia della terza morte sospetta. Bessie Mundy, trovata annegata nella vasca da bagno nel 1912 a Herne Bay, potrebbe essere un altro tassello. Neil richiede l’autorizzazione per la terza esumazione.

Herne Bay, febbraio 1915
Le operazioni di esumazioni in questo caso sono però particolarmente difficili. Herne Bay è zona militare ed è in corso il blackout per rischio di attacchi aerei. Le strade sono buie, la sorveglianza intensa. Nonostante tutto i due uomini si mettono in viaggio e arrivano al cimitero coperti dalla notte e dal silenzio.
La tomba di Bessie è impregnata d’acqua piovana e Neil deve intervenire per aiutare i due sacrestani che faticano ad estrarre la bara. Questa viene caricata su un carro e trasferita in un capannone che funge da obitorio dove Spilsbury può lavorare al riparo dalla stampa. Il corpo, dopo due anni e mezzo sotto terra, è quasi irriconoscibile. I capelli sono ancora attaccati al cuoio capelluto ma la testa è staccata dal collo, i tessuti molli del cranio sono dissolti, gli organi toracici e addominali ridotti a masse collassate. Il tessuto adiposo è trasformato in adipocera. Il cadavere risulta avvolto fra brandelli di tessuto ormai marcio. Sulle gambe sono distinguibili un paio di calze a coste e brandelli di tessuto nero avvolti attorno alle cosce. In quella zona, un tratto di pelle conserva ancora l’aspetto “a pelle d’oca”. È un dettaglio minimo, ma Spilsbury non lo trascura.
Sul cartoncino Spilsbury non manca di annotare anche le osservazioni del dottor French, il primo medico a vedere il corpo nel 1912: il volto bluastro, la schiuma alla bocca, la lingua non morsa, un pezzo di sapone stretto nella mano. Il corpo era ancora caldo quando fu trovato. Anche qui, come altrove, la vasca da bagno era troppo corta e troppo stretta.
Un crimine senza segni
A questo punto dell’indagine, Spilsbury ha tra le mani tre cartoncini pieni di appunti. Tre esami, tre corpi, tre morti che non lasciano segni evidenti. Nessuna autopsia è riuscita a dichiarare l’omicidio. Ma nessuna di queste morti può essere davvero considerata naturale. È tutto troppo simile, troppo preciso, troppo senza traccia.
Ma che cosa si può concludere da un insieme di anomalie che non diventano mai prove? Che significato hanno tre lingue non morse, tre cuori apparentemente sani, tre volti senza ferite?
La scienza forense, per quanto rigorosa, ha un limite: non può vedere l’intenzione. E se il corpo non porta segni evidenti di violenza, è possibile parlare di crimine?
Spilsbury non ha ancora la risposta. Ma ha un’ipotesi.
E ora è pronto a metterla alla prova.
Nella terza puntata: Tre donne, tre vasche, un solo colpevole.
Il medico legale tenterà l’impossibile: replicare il crimine perfetto, senza colpi, senza armi, senza urla. Solo con l’acqua. E il tempo.
