La Prof.ssa Isabella Merzagora, criminologa e già Ordinario di Medicina Legale dell’Università di Milano insieme alla giornalista Dott.ssa Lorenza Pleuteri, sono le autrici di questa ricerca sugli omicidi intrafamiliari “pietatis causa et desperationis causa, un fenomeno di grande interesse sia criminologico che sociologico.
Oggetto e impostazione della ricerca
Abbiamo affrontato questa ricerca su un insieme specifico di uccisioni intrafamiliari che, pur lambendo temi oggi molto discussi (eutanasia, omicidio del consenziente, aiuto al suicidio), presentano una fisionomia criminologica distinta: l’uccisione del familiare convivente gravemente malato da parte di chi lo assiste.
È importante effettuare, in primis, una distinzione concettuale tra:
- omicidio “pietatis causa” (o compassionevole/mercy killing): gesto motivato prevalentemente dall’intento di liberare la vittima da sofferenze ritenute insopportabili;
- omicidio “desperationis causa”: gesto motivato prevalentemente dal crollo del caregiver, che non ha più la forza psicologica o fisica di proseguire l’assistenza (talora perché anche l’autore è malato).
Metodo e campione
La ricerca ricostruisce i casi attraverso notizie di stampa (fonte rapida ma inevitabilmente incompleta e talora imprecisa su diagnosi, dinamiche e moventi). Nel periodo 2020-2025 sono stati individuati 74 episodi di uccisione di un familiare convivente gravemente malato e sofferente; nel testo si propone che essi rappresentino circa il 3% degli omicidi complessivi nel periodo, pur con una probabile sottostima legata alla fonte utilizzata.
Dati in breve (campione 2020-2025)
| Casi totali | 74 (da rassegna stampa) |
| Motivazione prevalente | 54% pietatis causa; 46% desperationis causa |
| Genere | vittime: 85% donne; autori: netta prevalenza maschile |
| Età | circa 70% delle vittime e 69% degli autori hanno più di 70 anni |
| Luogo e mezzo | quasi sempre in casa; armi da fuoco e soffocamento tra le modalità più ricorrenti |
| Esito sull’autore | suicidio o tentato suicidio in circa 67% dei casi |
I risultati principali e gli spunti criminologici
- Profilo demografico atipico: protagonisti anziani (vittime e autori) e forte squilibrio di genere (vittime soprattutto donne, autori soprattutto uomini). Il dato è controintuitivo se si considera che l’assistenza quotidiana ai familiari non autosufficienti ricade spesso sulle donne.
- Relazione autore-vittima: prevalgono i coniugi (soprattutto mariti che uccidono la moglie), ma sono presenti anche casi in cui sono implicati figli, genitori e altri parenti.
- Condizioni della vittima: spesso riportate demenze (in particolare Alzheimer) o patologie gravi con perdita di autosufficienza; nelle cronache le diagnosi sono frequentemente generiche, segno dei limiti informativi della fonte.
- Contesto e fattori di stress: l’omicidio avviene quasi sempre nell’abitazione; si osserva un aumento nei mesi estivi (agosto), quando isolamento e carico assistenziale possono diventare più pesanti. In alcuni episodi compare esplicitamente l’impatto della pandemia e del lockdown.
- Salute mentale e “carico” del caregiver: il testo richiama studi che descrivono il caregiver come “paziente invisibile” e riporta, nei casi con perizia, esiti che vanno dalla piena capacità al vizio parziale o totale di mente.
- Alto legame con l’auto-soppressione: due terzi circa degli autori si suicidano o tentano di farlo. Il gesto appare spesso come “uscita” congiunta da una situazione percepita senza alternative.
L’elemento più originale del lavoro è la messa a fuoco della componente “desperationis”: in molti casi le parole attribuite agli autori non parlano solo di liberare l’altro, ma anche di non riuscire più a reggere il ruolo di caregiver (stanchezza, solitudine, paura del futuro e dell’istituzionalizzazione).
La dimensione giuridica: pene, perizie e attenuanti
Nei casi giunti a giudizio le pene risultano molto variabili, anche in funzione di elementi clinici (capacità di intendere e di volere) e della valutazione dei motivi. Particolare attenzione va posta sull’attenuante dei “motivi di particolare valore morale o sociale” (art. 62, comma 1, n. 1 c.p.) nei delitti commessi verso il coniuge gravemente malato: alcune decisioni la riconoscono valorizzando la lunga storia affettiva e la partecipazione alla sofferenza; altre la negano sottolineando l’incompatibilità, nella coscienza sociale, tra compassione e soppressione della vita, nonché la presenza di motivazioni miste (altruistiche ed egoistiche).
Sul piano peritale emergono anche situazioni-limite: ad esempio, un figlicidio motivato dall’idea (delirante) di risparmiare al bambino una vita di sofferenze e un omicidio-suicidio di coppia in cui esperti diversi discutono se un grave quadro depressivo possa ridurre significativamente l’autocontrollo pur in presenza di condotte pianificate.
Uno snodo cruciale è rappresentato dalla domanda se, per applicare l’attenuante, il movente “altruistico” debba essere esclusivo oppure possa coesistere con componenti di sofferenza e “autotutela” del caregiver. Il tema si intreccia con la percezione sociale di questi fatti e con il rischio (se si è troppo indulgenti) di trasmettere l’idea che alcune vite – perché segnate da disabilità o demenza – valgano meno.
Indicazioni preventive e piste di ricerca
- Rendere visibile il caregiver come “paziente invisibile”: monitoraggio del disagio psicologico, intercettazione di depressione e burnout, accesso facilitato a supporto psicologico.
- Sostegno pratico (respite care): servizi domiciliari, sollievo temporaneo, reti di supporto nei periodi critici (es. estate, situazioni di isolamento).
- Formazione degli operatori sanitari e sociali: linee guida per riconoscere segnali di rischio (esasperazione, idee suicidarie, isolamento, difficoltà economiche/assistenziali) e attivare interventi.
- Migliorare la qualità dei dati: integrazione tra fonti giornalistiche e fonti istituzionali/giudiziarie per stimare meglio l’ampiezza del fenomeno e i fattori di rischio.
In conclusione, la ricerca eseguita invita a leggere questi omicidi come eventi rari ma distinti dal paradigma del femminicidio e da altri delitti violenti. Appaiono, invece, spesso come l’esito tragico di fragilità, isolamento e mancanza di alternative percepite. La prevenzione dovrebbe passare, soprattutto, tentare di ridurre la solitudine e il carico insostenibile di chi assiste.
