In un’epoca dominata dai click e dai video istantanei, dove la forma e il sensazionalismo spesso prevalgono sul contenuto e la velocità sulla riflessione, è dovere di ogni professionista ricordare che la parola pubblica ha conseguenze reali.
Quando uno specialista in medicina legale o un esperto in scienze forensi interviene sulla stampa, in trasmissioni televisive, radiofoniche o sui social network per commentare fatti di cronaca nera o casi di omicidio, la prudenza non è una raccomandazione opzionale: è un obbligo deontologico e professionale.
La nostra Disciplina si caratterizza per la scientificità e affonda le sue radici nel diritto vivente; nel tempo ha elaborato concetti difficili da riassumere in un battito di reel o da esporre nei tempi ristretti di una trasmissione televisiva.
Le basi della medicina legale contro lo sfruttamento mediatico del nostro sapere
La Medicina Legale si fonda su rigore scientifico, metodo, oggettività e rispetto dei diritti delle persone coinvolte. Le informazioni trattate sono spesso misconosciute o parziali e soggette a vincoli di segreto istruttorio o professionale. Ridurre tali questioni a frammenti sensazionalistici, a slogan o a commenti frettolosi non solo impoverisce il dibattito pubblico, ma può ledere la dignità delle vittime, compromettere indagini in corso e pregiudicare il diritto alla difesa, violentando la nostra disciplina.
Queste riflessioni devono toccare, senza ombra di dubbio, qualsiasi esperto di scienze forensi — e in particolare lo specialista in medicina legale — iscritto a un ordine professionale e regolamentato da un codice deontologico, quando interviene in prima persona su casi di cronaca in cui dottrina e scienza sono chiamate in causa. Il comportamento deve essere improntato a oggettività, temperanza e prudenza; personalmente ritengo che il termine più adeguato sia quello dantesco: continenza.
E’ del tutto ovvio che correttamente comportandosi non si fa audience e che quindi la maggior parte dei veri esperti viene esclusa dalla comunicazione “mainstream” in quanto non è in grado di infiammare polemiche o di suscitare commenti sensazionalistici.
I richiami della SIC e del Garante della Privacy
Il richiamo a tutti i professionisti è già stato sollevato nel comunicato stampa del 31/03/2026 da parte della Società Italiana di Criminologia: “I ‘criminologi mediatici’ non sono criminologi” (clicca qui per leggere).
Non si è fatto attendere neppure il richiamo del Garante della Privacy, contenuto nel comunicato stampa del 15/05/2026 che, sebbene qui si alleghi solo parzialmente, riportiamo in un passo significativo: “…si assiste a una continua e morbosa spettacolarizzazione di una vicenda di cronaca, in contrasto con il principio di essenzialità dell’informazione e suscettibile di travalicare il necessario rispetto della persona e della sua dignità. Si tratta di un limite che deve essere garantito non soltanto alla vittima e ai suoi familiari, ma anche agli indagati e a tutte le persone che, a vario titolo, risultino coinvolte o richiamate nella narrazione mediatica…” (clicca qui per leggere l’intero documento).
Mi pare difficile, come medici, come specialisti in Medicina Legale e come scienziati forensi discostarsi da tale richiamo.
Buona riflessione.
