Bernard Spilsbury e il caso “Bride in the Bath”.
Puntata 3 – Tre donne, tre vasche, un solo colpevole.
Tre cadaveri senza segni. Nessuna ferita, nessun rumore, solo acqua. Ma Spilsbury è convinto che dietro quel silenzio ci sia un gesto preciso. Invisibile. E ora deve dimostrarlo.
- Puntata 3 – Tre donne, tre vasche, un solo colpevole.
- Londra 1915
- Tre vasche, un’unica scena
- Il caso di Bessie Mundy: dimensioni che non tornano
- L’ipotesi decisiva: la morte senza lotta
- Il sapone nella mano. E un racconto della Cornovaglia.
- Un esperimento rischioso
- Il tempo delle ipotesi è finito
- Nella prossima puntata:
Londra 1915
Bernard Spilsbury non è disposto ad accettare che la morte delle tre mogli di George Smith, alias John Lloyd, alias Henry Williams, possa essere spiegata con la sola parola “coincidenza”.
Non gli basta che i suoi cartoncini restino privi di riscontri determinanti, nè lo convince l’assenza di testimoni o di una scena del crimine evidente. L’istinto gli dice che la verità esiste, bisogna solo sapere dove guardare. Forse non nei corpi ma nelle vasche.
Tre vasche, un’unica scena
Con questa intuizione nella testa, Spilsbury ordina che vengano recuperate le tre vasche originali — quella di Margaret Lofty, quella di Alice Burnham e quella di Bessie Mundy — e che siano trasportate a Londra, nella stazione di polizia di Kentish Town. L’ultima arriva il 23 febbraio. le vasche vengono disposte una accanto all’altra, come testimoni in attesa di essere interrogati.
Spilsbury le osserva a lungo, prende misure, studia angoli, confronta materiali e proporzioni. Passa ore intere a formulare ipotesi, a testare soluzioni, a smontare certezze. Rilegge con occhi diversi tutto ciò che i rapporti medici avevano archiviato come “morte per annegamento accidentale”.
Ma Spilsbury sa bene che tutto il suo lavoro da solo non basta. Senza un riscontro oggettivo e spendibile in tribunale, ogni ipotesi – per quanto brillante – rischia di restare pura teoria, destinata a non avere alcun peso legale.
A rendere tutto ancora più complesso è una norma chiave del diritto britannico: un imputato, anche in caso di omicidio, può essere processato per un solo reato alla volta.
Questo significa che i tre casi, giudicati separatamente, rischiano di sgretolarsi. Ognuno di essi, preso singolarmente, è debole. Ma se si riuscisse a dimostrare che quelle morti non sono episodi isolati, bensì parte di un disegno coerente, che seguono tutte la stessa logica e si potesse convincere la giuria che dietro tutti questi casi c’è un unico disegno, allora tutto potrebbe cambiare. Per questo Spilsbury non può permettersi un errore né una forzatura. Ogni elemento deve essere solido, credibile e verificabile.
Il caso di Bessie Mundy: dimensioni che non tornano
Sceglie allora di concentrarsi inizialmente sul caso più lontano nel tempo, quello di Bessie Mundy. A colpirlo la sproporzione fra le dimensioni del corpo e quelle della vasca. Alta cinque piedi e sette pollici — circa un metro e settanta — e di corporatura robusta, Bessie era stata trovata morta in una vasca che aveva una lunghezza massima di cinque piedi, appena un metro e mezzo. La vasca ha uno schienale inclinato e una seduta di circa 112 centimetri. Spilsbury conosce bene il corpo umano e sa che, con quelle proporzioni, se Bessie avesse avuto un attacco epilettico, così come ipotizzato, la rigidità muscolare della fase tonica l’avrebbe spinta all’indietro e non avrebbe potuto scivolare in avanti fino a sommergere la testa. Dunque la rigidità muscolare avrebbe probabilmente spinto la parte superiore del corpo fuori dall’acqua, non dentro. Anche nella fase successiva, quella convulsiva, caratterizzata da contrazioni involontarie, sarebbe stato difficile che una donna in quella posizione e in quella vasca potesse sprofondare sott’acqua senza opporre una qualche resistenza.
E poi c’è il referto del dottor French, il primo medico a vedere il cadavere di Bessie nella stanza di Herne Bay, il corpo era sdraiato sulla schiena, la testa immersa, le gambe distese, i piedi fuori dalla vasca.
È una posizione che semplicemente non si spiega da sola. Spilsbury non riesce a capacitarsi di come Bessie, in quello spazio limitato e con quelle caratteristiche fisiche, possa essere finita in quella precisa postura. Qualcosa non torna.
L’ipotesi decisiva: la morte senza lotta
Spilsbury si convince a questo punto che la spiegazione non si trova nel corpo ma nella dinamica.
Inizia così a ripercorrere ciò che sa dell’annegamento. A dir la verità la casistica di Spilsbury con comprende molti decessi per annegamento ma in quegli anni il tema appassiona molto la nascente patologia forense e Spilsbury ha conservato un ricordo molto vivido della lezione del dottor Crookshank, patologo della Polizia della Divisione del Tamigi, alla quale ha assistito già diversi anni prima, nel 1909.
Quando una persona viva entra in acqua e muore” disse il dott. Crookshank “spesso si verifica, naturalmente, una lotta, con immersioni alternate a riemersioni in superficie. In questi casi, la morte è dovuta ad asfissia da annegamento. Ma a volte la persona affonda e muore senza alcuna lotta. Ciò può essere dovuto a una condizione preesistente, come l’epilessia o una sincope (per esempio, legata a un problema cardiaco). Spesso, però, la causa è un fenomeno noto come “inibizione”: una sorta di shock improvviso.
FJ Crookshank
Il patologo, per rendere più chiaro il concetto, aveva raccontato alla platea un caso concreto: una donna si era gettata nel Tamigi dal ponte di Waterloo. Non lottò. Non riemerse. Fu ritrovata ore dopo sul fondo del fiume. Nessuna ferita. Nessuna reazione. “La sua morte,” spiegò Crookshank, “era stata causata dall’inibizione: un collasso istantaneo scatenato dall’impatto con l’acqua fredda.”
Quell’episodio ora torna alla mente di Spilsbury con una precisione inquietante. La dinamica, le condizioni, l’assenza di segni: tutto coincide con le tre donne di cui ha studiato i corpi.
Il sapone nella mano. E un racconto della Cornovaglia.
C’è poi un dettaglio che continua a ossessionarlo. Il sapone stretto nella mano di Bessie. Non un semplice oggetto, ma un indizio. Un frammento che il corpo ha trattenuto come se non avesse avuto nemmeno il tempo di lasciarlo andare.
Durante una breve vacanza, Spilsbury aveva letto Footprints of Former Men in Far Cornwall. Un racconto, in particolare, lo aveva colpito. Narrava del naufragio del Caledonia, una nave scozzese abbattuta dalle onde sulle coste della Cornovaglia nel 1842. Quando il mare restituì i corpi, tra loro c’era anche quello del capitano. Era morto con i suoi uomini e fu ritrovato sulla sabbia stringendo ancora le borse che contenevano le sue pistole. Anche lui non aveva mollato la presa. Anche lui era stato sorpreso dalla morte all’improvviso.
Un esperimento rischioso
Tutti questi ricordi, queste immagini, queste tracce sembrano puntare nella stessa direzione: Bessie non si è difesa perché non ha avuto il tempo di farlo. È stata travolta da un gesto fulmineo, violento, preciso. Qualcosa che ha interrotto di colpo ogni funzione vitale. Ma quale gesto? Come ha fatto Smith a riprodurlo in modo così efficace da lasciare dietro di sé soltanto silenzio e acqua?
E come si dimostra un gesto che non lascia segni?
Spilsbury condivise la sua ipotesi con l’ispettore Neil, che ne fu colpito. Decisero allora di testarla sul campo. Neil chiese la collaborazione di una donna con le stesse caratteristiche fisiche di Bessie e buona nuotatrice.
La sistemarono nella vasca piena d’acqua, chiedendole di opporsi a qualunque tentativo di immersione forzata.
La donna reagì bene: si aggrappò ai bordi, rimase a galla e si difese con prontezza. L’esperimento sembrava destinato a confermare che l’annegamento, nella sua versione tipica, era decisamente improbabile. Ma a un certo punto Neil, forse spinto dalla frustrazione o dall’intuizione, fece un gesto pericoloso. Afferrò la donna per i piedi e la tirò di colpo verso il fondo della vasca. In un istante il corpo della donna scivolò in avanti, la testa affondò e le braccia rimasero indietro, impotenti. Nessun appiglio. Nessuna possibilità di reazione.
Il sorriso che si era acceso sul volto di Neil per il risultato ottenuto si spense immediatamente. La donna, immobile nella vasca, non respirava più. Il panico fu immediato. La sollevarono e iniziarono subito a rianimarla. Passarono minuti interminabili prima che ricominciasse a tossire e a respirare. Quando si riprese, raccontò di aver percepito solo una sensazione di scivolamento e poi più nulla. Il buio totale.
La leggerezza di Neil era stata quasi fatale, ma aveva dimostrato ciò che Spilsbury aveva capito come erano andate le cose: una manovra rapida, mirata, improvvisa, poteva uccidere in silenzio, senza lasciare segni. E ora, con quella prova in mano, potevano costruire il cuore del caso contro Smith.
Il tempo delle ipotesi è finito
Ora che il meccanismo della morte è stato compreso, ora che è chiaro come Smith possa aver provocato la fine di tre donne senza lasciare tracce evidenti, resta un solo compito: chiudere il cerchio. Dare un volto pieno a quell’uomo dai mille nomi, ricostruire ogni tessera della sua rete, seguire i suoi passi finché non ci sarà più spazio per il dubbio.
È il momento delle prove.
Nella prossima puntata:
Il cerchio si chiude. Quando il passato diventa prova.
