Bernard Spilsbury e il mistero della valigia insanguinata
Puntata 1 – Il puzzle di Eastbourne
Un incontro sotto la pioggia, un uomo affascinante che si fa chiamare Pat, un weekend di Pasqua sulla costa del Sussex. Quello che sembra l’inizio di una storia d’amore è in realtà il primo tassello di un delitto destinato a scuotere l’Inghilterra.
“Call Sir Bernard Spilsbury“
«Chiamate Sir Bernard Spilsbury!» Per quasi trent’anni questa fu la frase capace di scuotere come nessun’altra le aule giudiziarie inglesi.
Per i cronisti, spesso annoiati dalla ripetitività delle udienze, significava prepararsi a prendere appunti febbrilmente mentre per i giurati era l’occasione unica di assistere alla testimonianza di una vera e propria celebrità nazionale. Per l’imputato, invece, rappresentava il momento di massimo timore, quello in cui la gola si seccava e ogni speranza cominciava a vacillare.
La presenza di Spilsbury al banco dei testimoni segnava infatti il punto di svolta di un processo.
Un cronista dell’epoca osservò che egli era in grado, da solo, di determinare l’intero percorso giudiziario di un caso di omicidio: dall’arresto alla condanna, fino all’autopsia, lasciando al boia soltanto l’atto finale.
Tra i tanti processi che lo videro protagonista, uno in particolare rese chiara la portata del suo potere: quello che lui stesso avrebbe definito il più arduo della carriera. Più tardi raccontò che il caso aveva preso forma lentamente, come un puzzle da comporre pezzo dopo pezzo.
Il primo tassello per puzzle: Ethel Duncan
Il primo tassello della vicenda si colloca in una sera piovosa dell’aprile del 1924.
Ethel Duncan, trentaduenne senza lavoro e costretta a vivere con la sorella a Richmond, cammina a testa bassa sotto l’acquazzone quando un uomo le si affianca. Si presenta come Pat: distinto, affascinante, con una voce sicura e lo sguardo profondo di chi sa conquistare. A lei, reduce da un matrimonio fallito, quell’approccio non sembra minaccioso, anzi la incuriosisce. Quando lui le propone di rivedersi, accetta.
Pochi giorni dopo riceve un telegramma che la invita alla stazione di Charing Cross. Pat arriva in ritardo, trafelato e sorridente, con il polso fasciato: racconta di essersi ferito salvando un’anziana da una caduta. Tra sorrisi e brindisi, le propone un fine settimana di Pasqua in un bungalow a Eastbourne. «Un posto delizioso», assicura.
Così, il Venerdì Santo, Ethel lo raggiunge sulla costa del Sussex. Pat la conduce all’Officers’ House, un edificio bianco e isolato sulla spiaggia dei Crumbles, un tempo stazione della guardia costiera. Lì, tra stanze spoglie e oggetti femminili che lui attribuisce con leggerezza alla moglie, trascorrono tre giorni di passeggiate, cene e intimità. Quando il lunedì rientrano a Londra, Ethel è convinta che la sua vita abbia finalmente imboccato una strada nuova e fortunata.
Il secondo tassello: la valigia insanguinata
Il secondo pezzo del puzzle si incastra la sera di venerdì 2 maggio 1924, alla stazione di Waterloo. Nel deposito bagagli c’è un’atmosfera tesa. Da giorni la polizia vigila su una valigia, segnalata da un investigatore privato che, seguendo le tracce di un marito infedele, si è imbattuto in quel bagaglio sospetto.
Alle 18.40 un uomo elegante, in abito grigio e cappello Fedora, si presenta al banco e consegna il tagliando. Ritira una grossa valigia di pelle, simile a quelle usate dai medici. Il detective Mark Thompson gli si avvicina e chiede: «È sua quella borsa?». L’uomo lo fissa con calma e risponde: «Credo di sì. Ma non ho la chiave».
Condotto alla vicina stazione di polizia e poi a Scotland Yard, l’uomo rivela la sua identità: è Patrick Herbert Mahon, con alle spalle condanne per frode, rapina e violenza. Quando gli investigatori aprono la valigia, una verità macabra viene alla luce: biancheria femminile intrisa di sangue, un coltello da cucina, un sacco macchiato e cosparso di disinfettante.
Alla richiesta di spiegazioni, Mahon abbozza: «Sono un amante dei cani, forse ho trasportato carne». Poi tace a lungo, lo sguardo fisso nel vuoto. Infine sospira: «Suppongo che sappiate già tutto. Vi dirò la verità».
Pat comincia così a raccontare la sua versione. Parla di Emily Beilby Kaye, la donna con cui ha trascorso alcuni giorni nel bungalow di Eastbourne, sarebbe morta durante una lite degenerata in colluttazione. Secondo lui, Emily – esasperata dalla sua reticenza a lasciare la moglie e a emigrare insieme in Sudafrica – gli avrebbe scagliato contro un’accetta. Poi lo avrebbe aggredito, urlando e graffiandolo. Nel tentativo di divincolarsi, dice Mahon, sono caduti entrambi: lei avrebbe battuto la testa contro il ferro del caminetto e sarebbe rimasta esanime. «Non volevo ucciderla», insiste, «è stato un incidente».
Il terzo tassello: le indagini di Spilsbury
Il terzo pezzo del puzzle si compone domenica 4 maggio 1924. Di buon mattino, un’auto lascia Londra e si dirige verso la costa del Sussex. A bordo c’è Sir Bernard Spilsbury chiamato da Scotland Yard per fare luce sul mistero che circonda Patrick Mahon. Accanto a lui siede Hilda Bainbridge, la sua nuova assistente, vedova di un professore di medicina: una presenza insolita in un’indagine che finora era sempre stata dominio esclusivo degli uomini.
Quando la vettura arriva davanti all’Officers’ House, il bungalow di Eastbourne, una folla di curiosi si accalca dietro il muro bianco, ansiosa di vedere da vicino la leggenda della criminologia inglese. Spilsbury scende, impassibile, e varca il cancello. Hilda lo segue, stretta nel suo cappotto di pelliccia, attirando sguardi sorpresi e commenti sottovoce.
Appena oltre la soglia, il colpo più violento non è visivo ma olfattivo: l’aria è satura di un odore dolciastro e nauseante, quello della carne in decomposizione. Perfino Spilsbury, abituato a ogni scena del crimine, non può ignorare la marea fetida che impregna muri e pavimenti.
Spilsbury cammina tra le stanze del bungalow e osserva. Nell’ambiente solo alcune macchie di sangue e tracce di grasso su molti oggetti, sul lavandino e nella vasca ma nulla che confermi la dinamica raccontata da Mahon.
Per il patologo non si tratta di un incidente ma di un omicidio pianificato e seguito da un tentativo sistematico di far sparire il corpo. Ora deve mettersi all’opera per cercare le prove e capire come sono andati i fatti.
Nella prossima puntata – Il puzzle si ricompone: Spilsbury e la forza delle prove”
Dalle tracce sul pavimento agli strumenti insanguinati, il patologo più famoso d’Inghilterra smonta la versione di Mahon e dà voce a un corpo ridotto in frammenti. L’indagine scientifica diventa il filo che unisce i pezzi di un delitto destinato a entrare nella storia della criminologia.
