Ci è parso interessante pubblicare e commentare una lettera aperta di forte denuncia contro l’uso del linguaggio aziendalistico e finanziario nella sanità, in particolare contro l’espressione “capitale umano” riferita ai professionisti sanitari.
Sanità ridotta ad impresa
L’autrice, Mirka Cocconcelli, chirurgo ortopedico, contesta l’idea che medici, infermieri e operatori sanitari possano essere descritti come “risorse”, “asset”, “costi”, “indicatori di performance” o “capitale” da gestire, ottimizzare e ammortizzare. Secondo la Collega, questo linguaggio non è neutro: rivela una visione della sanità ridotta a impresa, dove l’ospedale viene visto e organizzato come una fabbrica con il paziente nel ruolo di cliente e il sanitario come semplice risorsa produttiva.
Il nucleo del testo è rappresentato da una rivendicazione di dignità professionale e umana. L’autrice afferma che dietro ogni camice non c’è solo una voce di bilancio, ma una persona con competenze, fatica, responsabilità, esperienza, sensibilità e vita personale. Il lavoro sanitario non può essere misurato solo attraverso budget, target, efficienza e “ritorni” sugli investimenti, perché la cura implica relazione, tempo, responsabilità e umanità.
La critica si estende anche alle conseguenze concrete di questa mentalità: tagli alle unità operative, turni massacranti, riposi saltati, burnout, aggressioni in corsia considerate quasi inevitabili, dimissioni di massa e perdita del senso stesso del Servizio Sanitario Nazionale. Per l’autrice, l’“ottimizzazione” evocata dai vertici amministrativi spesso significa, nella pratica, riduzione della sicurezza, impoverimento della cura e sfruttamento del personale.
La dignità della professione non recepita da un sistema manageriale
Il tono è volutamente duro, indignato e polemico. Espressioni come “violenza semantica”, “linguaggio aziendalistico”, “sanità trasformata in azienda” e “chi cura non è merce” servono a sottolineare che il problema non è solo terminologico, ma culturale: chiamare i sanitari “capitale umano” significa, secondo l’autrice, accettare una visione in cui i lavoratori valgono solo finché producono o fanno quadrare i conti.
In sintesi, la lettera chiede di abbandonare la retorica manageriale applicata alla sanità e di restituire centralità alla persona: sia al paziente sia al professionista che cura. Il messaggio conclusivo è netto: il sanitario non è capitale, non è merce, non è un numero; è un professionista della salute, e senza il riconoscimento della sua dignità il sistema è destinato a fallire.
Mancate riflessioni su una realtà sempre più evidente
Legge, Giurisprudenza e, conseguentemente, medicina legale, nell’ambito della valutazione della responsabilità professionale medica, dovrebbe essere consapevoli che l’atto sanitario non si genera in un’ideale struttura sanitaria immaginata anche sulla spinta del costante progresso medico nonché di una rappresentazione che nasce da un’immagine prefabbricata e addirittura alimentata a fini che paiono davvero commerciali. Basta frequentare il sito di qualsiasi “azienda sanitaria” pubblica o privata ove si vedono soltanto strutture moderne, prati e cieli azzurri, personale e pazienti sorridenti.
Al contrario il lavoro e l’impegno quotidiano di tutti i sanitari nasce all’interno di un’organizzazione, fatta di turni anche notturni, di carichi di lavoro importanti aggravati da croniche carenze di personale, di protocolli operativi sempre più dettagliati, di mezzi disponibili ridotti all’osso rispetto all’afflusso di pazienti e di pressioni sociali sempre più aggressive.
Tempo. Dateci tempo
Il nostro attuale legislativo sembra aver colto questa situazione con una risposta, per ora, improntata, almeno sul piano delle intenzioni, ad una riduzione delle responsabilità soprattutto individuali. Lo ha fatto con la Legge Gelli Bianco in ambito civilistico e lo vorrebbe fare con le prospettazioni offerte dalla Commissione D’Ippolito soprattutto nel tentativo di delimitare il terreno della colpa individuandola solo in quella cosiddetta “grave” con risultati discutibili sul piano tecnico, almeno a giudizio del sottoscritto.
Nessuno, però, soprattutto in ambito politico, pensa però ad un potenziamento del sistema sanità che significherebbe l’impiego di mezzi finanziari e organizzativi di grande portata tesi ad innovazioni significative che dovrebbero, quanto meno, far recuperare il rapporto medico-paziente sempre più delimitato dalla necessità della “produzione” rispetto a quella del recupero del “tempo” da dedicare al malato.
Un’agenda politica inesistente
Sappiamo tutti, al di là degli innumerevoli ostacoli che il sistema sanità incontra, che il tema della responsabilità professionale medica risulta in moltissimi casi connesso con la perdita di un contatto reale tra personale sanitario e paziente: il tempo di confronto tra le due entità, infatti, è sempre più limitato. La salute è diventata prodotto e medici e infermieri sono ridotti a semplici esecutori in una continua catena di montaggio regolata da algoritmi numerici.
Se non si aprirà uno spiraglio di luce su questi temi – ed è difficile, purtroppo, che ciò accada in quanto progetti di questo tipo non sono nell’agenda del personale politico di qualunque colore – la frustrazione e l’insoddisfazione dei professionisti sanitari, del tutto evidente come testimoniato dalla lettera aperta della collega, non potrà che aumentare perché la cura di questa situazione non è la deresponsabilizzazione ma l’aumento delle risorse.
