Nell’avvicinarci al congresso della SIMLA, che si svolgerà a Roma dal 18 al 20 giugno 2026, proponiamo ai nostri lettori una serie di articoli che prende forma come un itinerario tra luoghi e delitti, seguendo le strade della città attraverso i casi che le hanno segnate, dal mondo antico fino alla prima metà del Novecento, alle soglie della medicina legale moderna.
È un percorso che può essere seguito anche fisicamente, attraversando luoghi ancora riconoscibili, ma che diventa soprattutto un modo per osservare come, nel tempo, il cadavere sia stato guardato, descritto, interpretato e progressivamente utilizzato come elemento centrale nell’accertamento della verità.
Nel passaggio dall’età antica alla modernità, ciò che si modifica non è soltanto il modo di raccontare la morte, ma il rapporto stesso tra osservazione e conoscenza: si costruisce lentamente uno sguardo medico-legale capace di attribuire al corpo un valore autonomo, non più subordinato alla confessione o al racconto, ma fondato sull’analisi.
Non è un caso che questo percorso si svolga proprio a Roma: la città di Paolo Zacchia, padre della medicina legale, e il luogo in cui, a distanza di oltre quattro secoli dalle sue Quaestiones medico-legales, i medici legali tornano a riunirsi per confrontarsi sui temi e sulle sfide della disciplina.
Roma pontificia, Inquisizione e nascita di una dottrina

Tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento, a Roma, il corpo è al centro della scena giudiziaria, ma non ancora nel senso che gli attribuirà la medicina legale moderna. È presente, esposto, controllato e punito; più raramente diventa oggetto di un accertamento autonomo. La verità processuale continua infatti a fondarsi soprattutto sulla parola dell’imputato: la confessione ne è il cardine, e la tortura, nel sistema giuridico del tempo, uno strumento ritenuto legittimo per ottenerla.
Questo assetto si colloca nella Roma pontificia, in un contesto in cui il controllo della verità religiosa e morale resta fortissimo e in cui la presenza dell’Inquisizione contribuisce a definire un clima di rigore dottrinale e di sorveglianza ideologica. Il processo non tende soltanto a chiarire un fatto, ma a ricondurre l’individuo entro un ordine riconosciuto, punendo non solo il delitto, ma anche lo scarto dalla verità accettata. È in questo quadro che il corpo appare soprattutto come luogo della costrizione, della pena, dell’esemplarità.

E tuttavia, proprio in questa stessa Roma, prende forma nella prima metà del Seicento un’elaborazione destinata a incidere profondamente sul rapporto tra medicina e giustizia. Paolo Zacchia, nato a Roma nel 1587, formatosi nell’ambiente dell’Archiginnasio della Sapienza e inserito nel tessuto istituzionale dello Stato ecclesiastico, pubblica dal 1621 le Quaestiones medico-legales, opera che inaugura una costruzione sistematica del sapere medico in funzione del diritto. Il punto decisivo del suo pensiero non è l’anticipazione di tecniche moderne, ma il metodo: la medicina viene proiettata dentro il giudizio, pensata sub specie iuris, organizzata come sapere chiamato a rispondere a quesiti giuridici secondo una procedura argomentativa rigorosa, pur entro i limiti della cultura medica del tempo.

La nomina di Paolo Zacchia ad archiatra e protomedico dello Stato ecclesiastico, nel 1644, conferma il rilievo ormai acquisito del suo percorso; l’appoggio dell’autorità ecclesiastica e il peso istituzionale di questo ruolo contribuiscono infatti all’affermazione e alla diffusione delle sue Quaestiones medico-legales.
Resta però una cesura netta tra elaborazione dottrinale e prassi giudiziaria. Mentre negli ambienti colti della città si definisce un sapere che lega medicina e diritto, nei luoghi del potere il corpo continua a essere soprattutto l’oggetto su cui si esercita la forza del processo. Castel Sant’Angelo e Campo de’ Fiori, legati rispettivamente alle vicende di Beatrice Cenci e di Giordano Bruno, rendono visibile con particolare chiarezza questa distanza.
Castel Sant’Angelo e Beatrice Cenci

A Castel Sant’Angelo, luogo che nella Roma di oggi conserva soprattutto la memoria monumentale del mausoleo adrianeo e della fortezza papale, ma che per secoli è stato carcere, spazio di custodia e sede del potere punitivo, si collega una delle vicende più celebri e drammatiche della Roma di fine Cinquecento: quella di Beatrice Cenci.

Il delitto per cui Beatrice viene condannata è l’uccisione del padre, Francesco Cenci, avvenuta nel settembre del 1598 nel castello di Petrella del Salto, lontano da Roma ma destinata a trovare nella città il proprio compimento giudiziario. Le fonti insistono sul contesto familiare di violenza e sopruso in cui il fatto matura. Francesco Cenci è descritto come un padre tirannico, protagonista di abusi reiterati e di un regime domestico oppressivo che coinvolge Beatrice, la matrigna Lucrezia Petroni e gli altri membri della famiglia. L’omicidio nasce da questo clima e assume la forma di un’azione concertata: il padre viene aggredito e ucciso nel castello, quindi il corpo viene fatto precipitare da un balcone o da un punto elevato per simulare una morte accidentale, così da far credere a una caduta.
Il punto decisivo, sul piano processuale, non è però la lettura del cadavere o la ricostruzione tecnica della dinamica. Ciò che conta è ottenere la confessione degli imputati e fissare una verità dichiarata. Beatrice, Lucrezia e Giacomo Cenci vengono arrestati, condotti a Roma, detenuti e interrogati. In questa fase Castel Sant’Angelo non è un semplice sfondo, ma il luogo in cui il processo mostra la propria natura più profonda: il corpo dell’imputato viene trattenuto, sottoposto a pressione, piegato entro un meccanismo in cui la parola confessata vale più dell’osservazione materiale dei fatti.
La sentenza conduce a un’esecuzione pubblica nel settembre del 1599. Beatrice e la matrigna vengono decapitate; il fratello Giacomo subisce una pena più lunga e crudele, accompagnata da supplizi che ne accentuano il carattere esemplare. Anche nella fase finale, il corpo resta al centro non come prova, ma come luogo della sanzione e manifestazione del potere. Castel Sant’Angelo, ancora oggi così nettamente riconoscibile nel tessuto urbano di Roma, conserva la memoria di questa giustizia in cui il corpo è anzitutto costretto, esibito e punito.
Campo de’ Fiori e Giordano Bruno
Se Castel Sant’Angelo rinvia allo spazio chiuso della custodia e dell’interrogatorio, Campo de’ Fiori rappresenta invece lo spazio aperto dell’esecuzione e della sua visibilità pubblica. Oggi la piazza è uno dei luoghi più frequentati del centro storico, animata dal mercato diurno e dalla vita serale, ma il 17 febbraio 1600 vi si compie una delle condanne più emblematiche della Roma pontificia, quella di Giordano Bruno.

Qui il processo si colloca su un terreno diverso rispetto al caso Cenci. Non si tratta di un omicidio o di un delitto materiale, ma di un procedimento per eresia, fondato su dottrine ritenute incompatibili con l’ortodossia. Ciò che si cerca non è l’accertamento di un fatto attraverso tracce oggettive, ma la ritrattazione di un pensiero. Per anni Bruno viene interrogato, esaminato, sollecitato a correggere le proprie posizioni. Il fulcro del giudizio è la parola: l’abiura avrebbe significato il ristabilimento dell’ordine dottrinale, il rifiuto conduce invece alla condanna.
L’esecuzione mediante rogo rende il corpo il destinatario finale della sentenza. Dal punto di vista medico, è importante precisare che in questi casi la morte sopraggiunge generalmente per asfissia da inalazione dei fumi della combustione, prima che le fiamme determinino direttamente gli effetti letali più devastanti. Questo dato, che oggi appare essenziale a una lettura fisiopatologica dell’evento, non ha tuttavia alcun rilievo per il processo del tempo. Non interessa spiegare il meccanismo della morte, ma sancire pubblicamente il motivo della condanna.
Campo de’ Fiori conserva ancora oggi, nella statua di Bruno e nella persistenza della memoria civile e culturale del luogo, il segno di questa vicenda. È il luogo in cui la pena si compie davanti a tutti, nel fuoco che, nella logica del tempo, pretende di purificare e finisce per annientare il corpo.
Il corpo tra costrizione e dottrina
Accostati, i casi di Beatrice Cenci e di Giordano Bruno mostrano con chiarezza il funzionamento della giustizia nella Roma tra Cinque e Seicento. Nel primo, la verità processuale si costruisce attorno alla confessione e alla coercizione; nel secondo, si identifica con l’abiura mancata e con la punizione esemplare. In entrambi, il corpo resta ai margini dell’accertamento come fonte autonoma di conoscenza: è il supporto della pena, il bersaglio della forza, il luogo in cui il potere giudiziario si rende visibile.
Ed è proprio per questo che il contemporaneo sviluppo dell’opera di Paolo Zacchia acquista un rilievo così grande. Nella stessa Roma in cui il corpo continua a essere soprattutto oggetto di costrizione, Zacchia costruisce una dottrina che collega in modo sistematico medicina e diritto, offrendo alla cultura giuridica uno strumento nuovo, ancora lontano dalla piena operatività moderna ma già decisivo nella sua impostazione. La medicina non diventa ancora prova nel senso contemporaneo ma entra, per la prima volta in forma organica, nella costruzione teorica del giudizio. È in questa frattura tra prassi e dottrina, tra i luoghi del potere punitivo e gli ambienti della Roma pontificia in cui si elabora il sapere medico-legale, che si colloca l’avvio di una nuova disciplina.
To be continued
