Ho già usato questa parabola “padana” una volta ma la ripeto per i lettori di Simlaweb scusandomi con gli abitanti della restante parte della penisola se alle volte userò metafore, ricordi e vocabolari Gaddian – Breriani. D’altronde, provengo dalle stesse terre dell’ingegner del Politecnick e del Giuanbrerafucarlo.
Estati padane
Quando ero bambino passavo le mie estati nella cascina che da più di un centinaio d’anni era posseduta dalla mia famiglia. I giovani non hanno un’idea di cos’erano quelle estati calde, roventi, con nugoli di zanzare che ti assaltavano, le rane nei fossi, il pallone calciato, le biciclette buttate a terra e le guerre con la cerbottana.
La cascina avita si trovava su una strada provinciale che conduceva al paesotto più vicino dove sfrecciavano ad alta velocità le utilitarie dell’epoca così diverse da quelle di oggi con le loro cromature e i colori della carrozzeria più disparati.
Al di là del cosiddetto “stradone” (da piccolo mi era severamente proibito di varcarlo da solo e anche quando sono un po’ cresciuto qualche timore rimaneva ancora tanto che, ricordo, lo attraversavo con uno scatto “olimpico”) si trovava il locale “commercial district”. Sto parlando di una piccola casa a due piani, la cui porta d’entrata, posta di fianco a quella della locale osteria (insegna BAR del tutto impropria) era delimitata da quelle strisce di plastica colorate oggi dimenticate che servivano a mantenere costantemente aperta un adeguato pertugio per far circolare in qualche modo un po’ d’aria. Attenzione, attenzione: i condizionatori come i cellulari, i PC, la TV satellitare non esistevano. Immaginatevi un medio evo informatico.
Bollani’s place
Il locale piuttosto angusto altri non era che un emporio (sì questo era il nome giusto) dove si trovava di tutto un po’: dai generi alimentari, ai chiodi, dagli strumenti per cucito, ai gelati. La grande distribuzione ha spazzato via questi spacci che avevano un posto importante nelle piccole comunità rurali e rappresentavano anche un punto di aggregazione soprattutto per le massaie che si ritrovavano a chiacchierare sul limitare del negozio. Ricordo un odore stantio (quello che si trovava una volta “nelle case dei vecchi”) e ricordo altrettanto bene la padrona del posto che faceva parte del clan dei “Bollani”, la famiglia che possedeva il punto vendita. Era come dire i McClusky di Silver City del mio piccolo west dell’infinita pianura che dalle Alpi corre fino al mar Adriatico.
La verità secondo la Signora Bollani
La Signora Bollani, punto di riferimento del negozio, era una donna mediamente corpulenta, come gran parte delle femmine dell’ambiente contadino, vestita con quegli scamiciati fiorati senza maniche che lasciavano trasparire l’ascella lievemente pelosa (cose davvero di altri tempi). Era una donna decisa con prese di posizione nette, precise, taglienti. La più famosa di tutte era questa: “A mi’ la Pasta Agnesi la me’ va’ no” (per gli abitanti fuori dell’orbita della padania traduco sciacquando i panni in Arno: “personalmente non mi piace la pasta Agnesi “(allora famoso pastificio con relativa marca). Il detto della Sig.a Bollani era scandito in modo sillabico come un pentametro giambico e impressionava per la sua concretezza.
L’immagine e i detti della Sig.a Bollani mi sono sempre rimasti impressi quale simbolo di coloro che esprimono un’affermazione assoluta non propriamente basata su criteri dimostrativi di tipo logico.
Ovvero, perché alla Sig.a Bollani non piacesse la pasta Agnesi nessuno lo ha mai saputo. D’altronde le motivazioni per le affermazioni di carattere “granitico” vuoi pur giudicar la pasta ma anche per discettare di colpa medica durante delle operazioni peritali, non necessitano, usualmente, di eccessivi voli pindarici protesi nella dimostrazione di idee.
Le tabelle della Simla “me van no” (non mi vanno)
Questo piccolo apologo è dedicato a tutti coloro che si svegliano la mattina pensando alle tabelle SIMLA 10-100 pubblicate sul Sistema Nazionale Linee guida da parte dell’Istituto Superiore di Sanità e scrivono a quest’ultimo o sui Social o su riviste telematiche che questa maledetta serie di cifre non va bene perché…Perchè…Perché…Perché “me van no” (non mi vanno).
Eh, vabbè magari dopo questa mia tenteranno rendermi edotto del loro pensiero ancora una volta anche se non devono spiegarlo a me o al Consiglio Direttivo o ai Soci della Simla ma all’Istituto Superiore di Sanità.
Ragazzi è lui che ha detto che andavano bene.
Se l’ISS ci diceva no si tornava a casa con le pive nel sacco.
Purtroppo, qualcuno forse pensava che non ce l’avremmo fatta e invece sì.
Adesso c’è una nuova moda: eh vabbè ci sono le nuove tabelle ma ci sono anche le altre. Eh no, accidenti. Non è così perché le tabelle approvate dall’ISS non sono come le altre perché rispondono alle esigenze stabilite dalla 24/17.
E chi lo dice? La legge. Salvo che qualcuno, spero, non si dimentichi che le tabelle sono un riferimento, uno strumento che deve attagliarsi alla specifica situazione clinica del soggetto. Ma questo da sempre e mi fa abbastanza ridere sentir discettare qualcuno di valutazione “tailor made” (slim fit se lavori per le compagnie e XXXL se invece sei per il danneggiato; ma per favore).
Io, comunque, chissà perché, ho sempre l’impressione che in realtà dietro tutti questi dubbi, questi “bravi bravi ma però” e ma “”questo numero è sbagliato” (e invece gli altri erano giusti, dai) ci sta solo un pensiero. Ovvero, il metodo Bollani colpisce ancora. Me pias no perché me pias no.
È l’ora del ghiacciolo
E allora sai che c’è.
Alzo le mani e come quand’ero piccolo, attraverso lo “stradone” e vado a comprare dal Bollani un bel ghiacciolo alla menta che purtroppo, adesso, non li fanno più perché sono finiti i coloranti di una volta che lo tingevano di quel bel verde ramarro che mi piaceva tanto.
PS: l’articolo è dedicato all’amico Lucio che dice che devo divertirmi.
PS1: per i compari del Sud c’è sempre “Nun me piace o’ presepe” di Natale a Casa Cupiello che è un po’ come il “metodo” Bollani ma sotto la linea Mason Dixon.
