Nell’avvicinarci al congresso della SIMLA, che si svolgerà a Roma dal 18 al 20 giugno 2026, proponiamo ai nostri lettori una serie di articoli che prende forma come un itinerario tra luoghi e delitti, seguendo le strade della città attraverso i casi che le hanno segnate, dal mondo antico fino alla prima metà del Novecento, alle soglie della medicina legale moderna.
È un percorso che può essere seguito anche fisicamente, attraversando luoghi ancora riconoscibili, ma che diventa soprattutto un modo per osservare come, nel tempo, il cadavere sia stato guardato, descritto, interpretato e progressivamente utilizzato come elemento centrale nell’accertamento della verità.
Nel passaggio dall’età antica alla modernità, ciò che si modifica non è soltanto il modo di raccontare la morte, ma il rapporto stesso tra osservazione e conoscenza: si costruisce lentamente uno sguardo medico-legale capace di attribuire al corpo un valore autonomo, non più subordinato alla confessione o al racconto, ma fondato sull’analisi.
Non è un caso che questo percorso si svolga proprio a Roma: la città di Paolo Zacchia, padre della medicina legale, e il luogo in cui, a distanza di oltre quattro secoli dalle sue Quaestiones medico-legales, i medici legali tornano a riunirsi per discutere l’evoluzione e le prospettive della disciplina.
Il delitto entra nella città moderna
La nuova Roma costruita attorno al Policlinico Umberto I, ai laboratori universitari e agli uffici della Polizia Scientifica non cambia soltanto il modo di indagare il delitto: cambiano anche i delitti stessi. Nella capitale dei primi anni del Novecento le vicende criminali si spostano ormai dentro appartamenti borghesi, camere d’albergo, pensioni vicine alla stazione, spazi anonimi attraversati quotidianamente da migliaia di persone. La città cresce rapidamente e con essa cresce la difficoltà di identificare le vittime, ricostruire movimenti e interpretare scene criminali sempre più complesse.
L’uomo nel baule di via Frattina
È in questo clima che Roma viene scossa dal caso dell’uomo nel baule di Via Frattina. Ancora oggi la strada conserva il carattere elegante della Roma umbertina: i palazzi stretti del centro storico, il collegamento con Piazza di Spagna, le vetrine e il continuo passaggio di residenti e visitatori. Il 22 marzo 1909, in una camera ammobiliata della via, viene rinvenuto un baule contenente il cadavere di un uomo in avanzato stato di decomposizione, rimasto nascosto per oltre venti giorni. La scoperta produce enorme impressione perché il delitto irrompe nel cuore stesso della Roma elegante. Sul posto interviene anche Giovanni Gasti insieme al questore di Roma.

Prima ancora di procedere agli accertamenti sul cadavere, viene posta particolare attenzione alla documentazione fotografica dello stato dei luoghi, segno di un approccio investigativo ormai profondamente diverso rispetto al passato. Seguono il segnalamento descrittivo del corpo e gli accertamenti presso la scuola di segnalamento fotografico, dattiloscopico e antropometrico. Le fotografie diffuse agli uffici di polizia producono diversi falsi riconoscimenti, dimostrando tutti i limiti dell’identificazione affidata esclusivamente all’aspetto del volto o alla memoria dei conoscenti.
A consentire la vera identificazione del cadavere sono invece le impronte digitali: grazie al confronto dattiloscopico, la polizia di Varsavia comunica che il corpo appartiene a Edmondo Tarantowicz, cittadino polacco già schedato dalle autorità. Il caso di via Frattina diventa così uno dei primi esempi italiani nei quali la dattiloscopia dimostra concretamente non soltanto la propria superiorità rispetto ai metodi identificativi tradizionali, ma anche il valore investigativo della collaborazione tra uffici di polizia di paesi diversi, aprendo la strada a forme sempre più efficaci di cooperazione transnazionale tra archivi segnaletici e polizie europee.
Il delitto della contessa Trigona
Pochi anni più tardi, nel marzo 1911, la cronaca romana viene travolta da un caso completamente diverso, ma altrettanto significativo: l’omicidio della contessa Giulia Trigona. Il delitto avviene il 2 marzo 1991 all’interno dell’Hotel Rebecchino, nei pressi della vecchia Stazione Termini, allora uno dei luoghi più moderni e dinamici della capitale. Attorno alla stazione si concentrano alberghi, pensioni, caffè e ristoranti frequentati da viaggiatori, ufficiali e aristocratici. È una Roma rapida e anonima, fatta di arrivi e partenze continue, molto diversa dalla città monumentale del potere politico.

La contessa, appartenente all’aristocrazia siciliana e dama di compagnia della regina Elena, raggiunge l’albergo per incontrare il suo amante, il tenente Vincenzo Paternò del Cugno. All’interno della stanza scoppia una violenta discussione. L’uomo la colpisce ripetutamente con un coltello, infliggendole numerose ferite al torace e all’addome, poi tenta il suicidio ferendosi alla gola. Quando la porta della camera viene aperta, gli investigatori si trovano di fronte a una scena destinata a occupare per settimane le pagine dei giornali italiani.
Di questo delitto si è già raccontato sulle pagine di SIMLAWEB ma il caso merita di essere richiamato anche in questo percorso perché rappresenta uno degli esempi più precoci e impressionanti dell’uso della fotografia nella documentazione criminale. Le immagini conservate ancora oggi restituiscono infatti non soltanto il corpo martoriato dalla violenza, ma anche il luogo stesso del delitto, fissando dettagli che fino a pochi anni prima sarebbero sopravvissuti soltanto nelle descrizioni scritte dei verbali e delle cronache giornalistiche.
La fotografia della scena del crimine
Il 3 marzo 1911 il giudice istruttore incarica Umberto Ellero, esperto fotografo della nascente Polizia Scientifica di Ottolenghi, di eseguire una ricognizione fotografica completa della stanza e di documentare le lesioni presenti sul corpo della vittima. La disposizione del cadavere, la posizione dell’aggressore ferito, le tracce ematiche e la distribuzione delle ferite vengono così osservate e registrate con un’attenzione molto più rigorosa rispetto al passato. Attorno al delitto Trigona emerge una nuova cultura documentale dell’indagine criminale, nella quale la fotografia non serve più soltanto a illustrare il delitto, ma diventa parte integrante della ricostruzione tecnica della scena.
Il caso Simonetti-Rotellini
Dopo la I Guerra Mondiale, la trasformazione della medicina legale e della polizia scientifica appare ancora più evidente. La Roma del primo dopoguerra è una città diversa: più vasta, più inquieta, attraversata da tensioni sociali e da una criminalità urbana sempre più complessa. È in questo contesto che si colloca il caso Simonetti-Rotellini, uno degli episodi che meglio mostrano il crescente peso assunto dalla perizia scientifica.
La vicenda ruota attorno alla scomparsa di Bice Simonetti, diciottenne figlia naturale del commerciante Attilio Simonetti, che vive con la madre in Via Muzio Clementi, nella nuova Roma borghese sorta tra Prati e il Lungotevere.

Bice si innamora di Ignazio Mesones, personaggio inquieto e ambiguo, figlio dell’ex ambasciatore peruviano, ormai devastato dalla sifilide, tossicodipendente e quasi completamente cieco.

Attorno a lui ruota un ambiente fatto di relazioni morbose, cocaina, salotti decadenti e traffici oscuri che attraversano la Roma del primo dopoguerra. Accanto a Bice, Mesones mantiene infatti una relazione anche con Maria De Angelis, giovane donna che, a sua volta legata a Emilio Benucci.

La sera del 31 dicembre 1917 Bice lascia la casa materna accompagnata dal marito e da quel momento scompare. Pochi giorni dopo, la mattina del 4 gennaio 1918, sul Lungotevere Marzio, nei pressi del villino Borghese affacciato sul Tevere, viene rinvenuto il cadavere di una giovane donna uccisa da un colpo d’arma da fuoco alla testa. Nella borsetta vengono trovati documenti intestati a Maria Rotellini, presunta profuga di guerra residente presso l’Albergo del Montenegro. Per lungo tempo il caso sembra destinato a rimanere quello di un oscuro suicidio.

La perizia Ottolenghi Ascarelli
La svolta arriva quando Emilio Benucci racconta al procuratore Del Re le confidenze ricevute da Maria De Angelis. La donna gli avrebbe rivelato di essere legata a Mesones da un segreto terribile: l’uccisione di Bice Simonetti e il piano costruito per attribuire al cadavere ritrovato sul Lungotevere la falsa identità della profuga Maria Rotellini. L’istruttoria viene riaperta e il corpo riesumato. I periti Ottolenghi e Ascarelli confrontano il cadavere con le fotografie di Bice Simonetti, stabilendo una compatibilità ritenuta allora sufficiente all’identificazione.

Le continue confessioni e ritrattazioni di Mesones, unite alle contraddizioni della sua versione dei fatti, rendono progressivamente necessario affidare la ricostruzione del delitto soprattutto agli accertamenti tecnico-scientifici. Centrale diventa soprattutto la questione della sua quasi totale cecità, certificata dai periti oculisti Parisotti e Neuscheller già dalla fine del 1917. Il colpo mortale risulta infatti esploso dal basso verso l’alto vicino all’orecchio destro della vittima: come avrebbe potuto un uomo quasi cieco colpire con tale precisione senza destare reazioni nella donna? Anche l’identificazione del cadavere continua inoltre a lasciare margini di dubbio. Pur ritenendo compatibili le fotografie della morta con quelle di Bice Simonetti, i periti evidenziano differenze fisionomiche e soprattutto un dato anatomico destinato a suscitare discussione: l’autopsia stabilisce che la donna rinvenuta sul Lungotevere risultava vergine, elemento difficilmente conciliabile con la storia personale di Bice.
Attorno alla vicenda si sviluppa inoltre un ampio dibattito psichiatrico e criminologico, nel quale la figura di Mesones viene interpretata attraverso le teorie sulla degenerazione mentale, sulla tossicomania e sulla perversione sessuale allora diffuse nella cultura medico-legale del tempo.
Il processo si conclude nel maggio del 1922 con la condanna di Mesones e Maria De Angelis, ma il caso lascia dietro di sé molte ombre mai del tutto chiarite: l’identità stessa del cadavere, la reale dinamica dell’omicidio e il ruolo avuto dai diversi protagonisti continuano a suscitare dubbi.
Sullo sfondo della vicenda si riconosce però con chiarezza una Roma ormai profondamente cambiata: la città delle perizie specialistiche, delle fotografie comparative, degli archivi identificativi e della crescente centralità della prova scientifica nella ricostruzione del delitto.
La scienza forense e l’ombra del regime
Negli stessi anni, tuttavia, la crescita della medicina legale e della polizia scientifica si intreccia inevitabilmente con l’affermazione del regime fascista. Le nuove tecniche investigative vengono sostenute e sviluppate dallo Stato, ma sempre più spesso anche in funzione del controllo politico e della repressione. Gli archivi segnaletici, la fotografia giudiziaria e gli strumenti di identificazione diventano parte di un sistema che non serve più soltanto a contrastare la criminalità comune, ma anche a sorvegliare il dissenso.
Emblematico è il caso dell’omicidio di Giacomo Matteotti, rapito a Roma il 10 giugno 1924 e ritrovato morto alcune settimane dopo nel bosco della Quartarella. Anche la Polizia Scientifica interviene nelle indagini, eseguendo accertamenti sull’automobile utilizzata dai rapitori e sul cadavere del deputato socialista. Gli esiti delle indagini tecniche risultano però poco graditi al regime e a Ottolenghi viene chiesto di rivedere le conclusioni emerse dagli accertamenti scientifici. Il medico legale rifiuta di modificare le proprie valutazioni.
Il caso Matteotti mostra così come il progresso della scienza investigativa possa evolvere anche in direzioni impreviste e distorte: gli strumenti nati per accertare la verità rischiano infatti di essere assorbiti dagli apparati del potere e piegati alle esigenze del controllo politico.
To be continued
