Puntata 3 – Il puzzle davanti alla giuria: Spilsbury in tribunale
Davanti a giurati inorriditi e ad un pubblico attonito, Sir Bernard Spilsbury ricompone i frammento del corpo e della verità, smontando così, pezzo a pezzo, le bugie di Patrick Mahon.
Ma quali elementi hanno a disposizione gli inquirenti?
Gli inquirenti hanno ricostruito la figura di Patrick Herbert Mahon. E’ un uomo dal passato segnato da truffe, condanne e inganni. Nonostante ciò, la moglie Jessie gli è sempre rimasta accanto, sostenendolo anche di fronte alle infedeltà e ai suoi continui fallimenti.
Nel 1923 Mahon ha intrecciato una relazione clandestina con Emily Kaye, giovane segretaria della società di distributori automatici in cui lavora. Emily è bionda, bella, innamorata e non si lascia frenare dal fatto che lui sia sposato. Alla fine del 1923 Emily perde l’impiego e poco dopo patisce anche il fratello: abbattuta e sola si aggrappa con tutte le sue forze all’idea di una vita con Patrick. Quando scopre di essere incinta, il progetto di un futuro comune diventa una certezza: agli amici Emily parla di matrimonio, mostra un anello di fidanzamento e racconta di una partenza per il Sudafrica.
Prima di questo grande viaggio desidera però vivere un periodo romantico con Patrick sulla costa delle Crumbles, nell’East Sussex. E’ lei a trovare un grazioso cottage, l’Officer’s House, che Mahon prende in affitto nell’aprile 1924 sotto falso nome. Per Emily rappresenta l’inizio della convivenza ma per gli investigatori, invece, è l’inizio del piano di un delitto.
Agli inquirenti Mahon descrive la vita nel bungalow come un crescendo di litigi che culminano, nella serata del 15 aprile, in una vera aggressione: è Emily a provocarla e quando Patrick certa di sottrarsi al confronto rifugiandosi in camera, è lei a scagliagli addosso una piccola ascia. Lo strumento lo avrebbe colpito alla scapola e poi sarebbe rimbalzato sullo stipite della porta. Sarebbe quindi seguita una colluttazione durante la quale la donna avrebbe urtato con la testa contro il calderone del carbone. Mahon sostiene di essere svenuto e, al risveglio, di averla trovata immobile e sanguinante. Dice di aver tentato invano di rianimarla e insiste che la morte di Emily sia stata un tragico incidente degenerato nel panico.
È proprio nel divario tra la versione di Mahon e le prove raccolte – contraddizioni, indizi, testimonianze – che prende forma l’impianto accusatorio destinato a portarlo davanti alla giustizia.
Il processo all’Old Bailey
Il processo si apre il 15 luglio 1924 all’Old Bailey. Fuori, la folla si accalca per contendersi i duecento posti disponibili. C’è chi è disposto a pagare più di una settimana di salario pur di entrare: i biglietti raggiungono le cinque sterline.
Il procuratore della Corona, Sir Henry Curtis-Bennet KC, espone i fatti con tale durezza che un giurato sviene. In aula viene chiamato a soccorrerlo Bernard Spilsbury, in attesa di testimoniare. Il giurato si riprende, ma sviene di nuovo e viene sostituito.
I testimoni
La prima testimone è Ethel Duncan. Entra con il volto coperto da una veletta; quando la solleva, la sua sofferenza è evidente. Vittima di una campagna diffamatoria per aver trascorso un weekend con un uomo sposato, la donna è bersaglio di insulti. Con fatica racconta i giorni trascorsi al cottage con Mahon e conferma di aver notato dei lividi sulla sua spalla, ma – come chiarirà poi Spilsbury – non si tratta di segni compatibili con la versione secondo cui Emily lo avrebbe colpito con un’accetta.
Segue Webster, che espone le proprie valutazioni, poi è la volta di Spilsbury. Il celebre patologo afferma che la causa della morte deve risiedere in lesioni a capo o collo, parti del corpo mancanti, poiché nel resto non vi sono segni compatibili con una morte violenta. Esclude uno sgozzamento, vista la scarsità di sangue nell’ambiente, e propende per un trauma cranico o per uno strangolamento.
Invitato ad esprimersi sulla versione di Mahon, Spilsbury osserva che il calderone non mostra le alterazioni che un urto mortale del capo avrebbe senz’altro lasciato. Con ciò demolisce l’impianto difensivo dell’imputato.
Le contraddizioni di Mahon
Mahon sale sul banco dei testimoni. Alla domanda del suo avvocato sul perché abbia portato Ethel Duncan al cottage mentre il corpo di Emily era ancora lì, balbetta che aveva paura di tornare da solo e cercava compagnia. Ma le sue parole di uomo intimorito contrastano con la realtà che tace alla giuria: l’omicidio, lo smembramento del corpo e il tentativo di distruzione nei bracieri. Non dice che, quando getta la testa sul fuoco, il calore tende pelle e muscoli e gli occhi si spalancano di colpo, una visione talmente orrenda da farlo fuggire terrorizzato nella notte. Sono dettagli che ha confidato soltanto al suo avvocato, il quale, di fronte a un imputato già caduto in troppe contraddizioni, non può che cercare di limitare i danni ed evitare che fatti tanto raccapriccianti trapelino in aula.
C’è poi la questione del coltello che Mahon ha comprato a Londra ma che, con volto afflitto, dichiara di non essere stato in grado di poterlo utilizzare a causa del ricordo di Emily che, solo qualche giorno prima, lo impugnava per tagliare la carne! Sostiene invece che per smembrare il corpo gli è stato sufficiente un piccolo coltello da intaglio che possedeva da tempo.
Richiamato a deporre, Spilsbury mostra alla giuria il coltello da intaglio e spiega che non avrebbe potuto produrre tagli così netti come quelli da lui osservati sui resti di Emily. Inoltre, se fosse stato usato con le modalità riferite da Mahon, il sangue avrebbe impregnato anche la giuntura fra lama e manico ma in quel punto lui ha trovato solo grasso da cucina e detersivo. Al contrario, sull’affilato coltello da cucina acquistato da Mahon c’era sangue. E le sue parole bastano a dissipare ogni dubbio.
La condanna e l’epilogo
Il 19 luglio, dopo solo pochi giorni di udienza, Mahon è riconosciuto colpevole di omicidio e condannato all’impiccagione.
Spilsbury non è riuscito a stabilire con certezza assoluta le modalità della morte per la mancanza di estese porzioni corporee, ma il suo intervento è stato essenziale per smontare, pezzo dopo pezzo, tutte le menzogne dell’imputato.
Le Autorità rimasero a tal punto colpite dal lavoro svolto da Spilsbury da stabilire che gli venisse assegnato un bonus extra di cinquanta ghinee per i servizi resi.
Intanto il bungalow delle Crumbles si trasforma in un’attrazione macabra. Rilevato da alcuni imprenditori, viene aperto al pubblico a pagamento, scatenando l’indignazione locale. Dopo un assalto popolare la casa viene chiusa per essere riaperta, dopo solo alcune settimane, con biglietti più cari. Pullman di curiosi accorrono a visitare la “casa del delitto” fino a quando, nel 1953, viene finalmente demolita.
Dalla scena del crimine alla nascita della murder bag
Il delitto di Emily Kaye resta nella memoria non solo per l’efferatezza dei fatti e per il processo spettacolare, ma anche perché segna un punto di svolta nella storia della polizia scientifica britannica.
Quando Bernard Spilsbury arriva all’Officer’s House il 4 maggio 1924, rimane sconvolto nel vedere l’impreparazione della polizia: nessun metodo per preservare le prove, nessuna precauzione per evitare contaminazioni o infezioni. L’ispettore Percy Savage, con l’aiuto di Spilsbury e del dottor Scott-Gillett, compila allora un elenco di strumenti indispensabili da portare sempre sul luogo di un delitto. Nasce così la cosiddetta murder bag, una borsa standard con guanti, pinzette, provette, garze e altri strumenti di base.
Dal 1924 in poi la Metropolitan Police la adotta sistematicamente, seguita presto da altri corpi di polizia in tutto il Regno Unito. È la dimostrazione che anche da un delitto efferato può derivare un progresso duraturo: dal sangue di Emily Kaye e dalle bugie di Patrick Mahon scaturisce un approccio finalmente moderno e metodico alla scena del crimine.
Per chi vuole approfondire…
Con questo caso si chiude il nostro viaggio estivo tra delitti, processi e scienza forense. Estate in giallo tornerà la prossima estate con nuove storie, altri protagonisti e altre ombre da rischiarare con la luce dell’indagine.
Per chi desidera approfondire la figura di Bernard Spilsbury, il “patologo della gente” che abbiamo incontrato in queste pagine, consigliamo due letture appassionanti: The father of forensic: how Sir Bernard Spilsbury invented modern CSI – di Colin Evans – e The magnificent Spilsbury and the case of the brides in the bath – di Jane Robins-, opere che restituiscono tutto il fascino e le contraddizioni di un uomo che ha segnato un’epoca.
