Nell’avvicinarci al congresso della SIMLA, che si svolgerà a Roma dal 18 al 20 giugno 2026, proponiamo ai nostri lettori una serie di articoli che prende forma come un itinerario tra luoghi e delitti, seguendo le strade della città attraverso i casi che le hanno segnate, dal mondo antico fino alla prima metà del Novecento, alle soglie della medicina legale moderna.
È un percorso che può essere seguito anche fisicamente, attraversando luoghi ancora riconoscibili, ma che diventa soprattutto un modo per osservare come, nel tempo, il cadavere sia stato guardato, descritto, interpretato e progressivamente utilizzato come elemento centrale nell’accertamento della verità.
Nel passaggio dall’età antica alla modernità, ciò che si modifica non è soltanto il modo di raccontare la morte, ma il rapporto stesso tra osservazione e conoscenza: si costruisce lentamente uno sguardo medico-legale capace di attribuire al corpo un valore autonomo, non più subordinato alla confessione o al racconto, ma fondato sull’analisi.
Non è un caso che questo percorso si svolga proprio a Roma: la città di Paolo Zacchia, padre della medicina legale, e il luogo in cui, a distanza di oltre quattro secoli dalle sue Quaestiones medico-legales, i medici legali tornano a riunirsi per confrontarsi sui temi e sulle sfide della disciplina.
Roma antica – Il corpo e la verità del potere
Cesare: il delitto nella Curia di Pompeo

Nell’area sacra di Largo di Torre Argentina, nel cuore della Roma attuale, si conserva uno spazio che ha attraversato i secoli cambiando funzione e significato. Nel 44 a.C. questo luogo ospita la Curia di Pompeo, sede provvisoria delle riunioni del Senato. È qui che, il 15 marzo del 44 a.C. – le idi di marzo – si consuma uno dei delitti più celebri della storia: l’uccisione di Giulio Cesare.

Per comprendere quel momento è necessario arretrare di un anno. Il 45 a.C. segna il culmine del potere di Cesare, ormai padrone assoluto dopo la guerra civile, ma anche l’inizio di una crisi che non è soltanto politica. A cinquantacinque anni, età avanzata per il suo tempo, è un uomo segnato da anni di campagne militari e da una condizione fisica fragile: le fonti parlano di crisi epilettiche ricorrenti che devono restare nascoste, perché la debolezza del corpo è incompatibile con l’immagine del comando.
Attorno a lui cresce un’opposizione sempre più ampia. Decimo Giunio Bruto, Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino organizzano una congiura che coinvolge decine di uomini. Il clima è attraversato da presagi: l’aruspice Spurinna avverte Cesare di guardarsi dalle Idi di marzo, ma l’avvertimento resta inascoltato fino all’ultimo.
“Attento Guardati dalle Idi di marzo”
Il 15 marzo Cesare esita, decide di non recarsi in Senato, ma viene convinto da Decimo a presentarsi comunque. Cesare entra nella Curia, prende posto, e i congiurati gli si stringono attorno con il pretesto di rendergli omaggio, nascondendo sotto le toghe i pugnali dalla punta aguzza e dal duplice filo.
Il primo ad avvicinarsi è Tillio Cimbro che, al momento di baciargli la mano, gli afferra la toga e la tira, scoprendogli una spalla; subito dopo Publio Servilio Casca sferra il primo colpo nel punto dove Cimbro ha spostato la toga. Cesare tenta di reagire, si divincola, prova a difendersi, ma l’aggressione diventa immediatamente collettiva. Attorno a lui si accalcano i congiurati — tra i sessanta e gli ottanta, secondo le fonti — e tutti vogliono partecipare al gesto, tutti vogliono colpire.
Non tutti ci riescono. La ressa, la concitazione, lo spessore della toga che si frappone tra le lame e il corpo rendono l’azione disordinata. Quando Cesare cade, il suo corpo presenta ventitré ferite.
A riferirlo è Antistio, medico vicino a Cesare, che descrive e conta le lesioni, ma soprattutto introduce una distinzione: tra tutte le ferite, una sola viene identificata come mortale, quella localizzata al torace.
Non conosciamo le modalità dell’esame, né possiamo verificarne le conclusioni. Non sappiamo quanto l’osservazione sia stata diretta o mediata dal racconto, né quale percorso logico abbia condotto a quella identificazione. E tuttavia, nel gesto di distinguere — tra molte lesioni intenzionalmente inflitte — quella capace di spiegare la morte, emerge un modo diverso di guardare al cadavere.
Caligola. L’agguato del Palatino
Sul colle Palatino, tra i resti dei palazzi imperiali, si estende il cuore del potere romano. È qui che, il 24 gennaio del 41 d.C., viene ucciso Caligola.

Gaio Giulio Cesare Germanico, noto con il soprannome di Caligola — “piccola caliga”, il sandalo dei soldati, appellativo legato alla sua infanzia trascorsa negli accampamenti e alla sua figura ancora esile — sale al trono nel 37 d.C., succedendo a Tiberio. È ricordato soprattutto come un imperatore tirannico e violento, ma le fonti consentono di cogliere una fase iniziale diversa.

Nei primi mesi di governo, il suo comportamento appare improntato a una certa misura e attenzione alla gestione dello Stato: promuove opere pubbliche, adotta provvedimenti contro la corruzione, interviene a sostegno delle province e rafforza il controllo dei confini.
Nell’ottobre dello stesso anno, tuttavia, è colpito da un grave episodio acuto accompagnato da perdita di coscienza. Da quel momento il racconto cambia radicalmente, e si consolida l’immagine di un sovrano dominato da comportamenti imprevedibili e spesso violenti.
Caligola: malato psichico o eccentrico?
Le interpretazioni successive hanno cercato di spiegare questa trasformazione ricorrendo a ipotesi di natura medica — dall’epilessia a disturbi di altra origine — ma si tratta di letture retrospettive e non verificabili. Resta, piuttosto, la percezione di una frattura netta tra una fase iniziale e ciò che segue, su cui le fonti insistono nel delineare un quadro progressivamente più estremo.
Le stesse fonti insistono su episodi che ne accentuano il carattere eccentrico e destabilizzante: si racconta che facesse sciogliere perle nell’aceto per berle, che dialogasse con la statua di Giove Capitolino, che arrivasse a nominare senatore il proprio cavallo. Al di là dell’aneddoto, ciò che emerge è l’esercizio di un potere arbitrario, capace di umiliare e intimidire l’élite senatoriale.
In questo clima non stupisce che maturino più tentativi di congiura. Il terzo, guidato dal tribuno Cassio Cherea, riesce. Durante i festeggiamenti in onore di Augusto, Caligola attraversa un corridoio del palazzo imperiale per raggiungere uno spettacolo. Qui viene colpito alle spalle, poi circondato e finito da più aggressori.
A descrivere l’episodio è Svetonio, che ne restituisce una narrazione ricca di dettagli: la sequenza dei colpi, l’accanimento, la partecipazione collettiva. Le fonti parlano di circa trenta ferite, ma questo dato non viene analizzato: non vi è un conteggio sistematico, né una distinzione tra colpi mortali e non mortali, né un tentativo di interpretazione causale.
La violenza qui è descritta ma non spiegata. A differenza del caso di Cesare, qui non emerge alcuna domanda sulla causa della morte: non interessa quale colpo abbia ucciso Caligola, ma che Caligola sia stato eliminato.
Messalina. L’ultima fuga nei Giardini di Lucullo

I Giardini di Lucullo, nell’area oggi compresa tra il Pincio e via Veneto, rappresentano uno degli spazi più raffinati della Roma imperiale. È qui che, nel 48 d.C., si conclude la vicenda di Messalina, una delle figure più celebri della storia romana, divenuta nel tempo il simbolo di una femminilità percepita come pericolosa, capace di intrecciare desiderio, influenza e instabilità del potere.
Nata nel 25 d.C. da una famiglia nobile, Messalina viene data in sposa giovanissima a Claudio, destinato a diventare imperatore. Le fonti la descrivono come una figura affascinante e inquieta, capace di muoversi con disinvoltura nei meccanismi della corte ma anche di sfidarli apertamente.

Attorno a Messalina si costruisce un racconto segnato da comportamenti ritenuti eccessivi e destabilizzanti, fino al legame con Gaio Silio, che per lei ripudia la moglie; il rapporto, da clandestino, diventa pubblico fino a culminare in un matrimonio celebrato durante una festa, mentre l’imperatore Claudio di trova fuori Roma.
Questo gesto è subito percepito come politicamente rilevante, tale da incidere sugli equilibri della corte e sul tema della successione dinastica. In questo contesto è il liberto Narciso a muoversi per primo: consapevole del rischio che un’esitazione dell’imperatore possa compromettere gli equilibri della corte e la propria posizione, decide di intervenire direttamente. Senza attendere un ordine formale, dispone che Messalina venga cercata ed eliminata, trasformando la sua esecuzione in un atto presentato come necessario alla sicurezza dello Stato.
La fuga disperata nei giardini
Messalina, avvertita di quanto sta accadendo, fugge insieme alla madre e si rifugia nei giardini di Lucullo. È qui che viene raggiunta dai soldati incaricati dell’esecuzione. Le fonti riferiscono un ultimo momento di esitazione: la madre le porge un coltello, ma Messalina non riesce a togliersi la vita; sarà un tribuno a ucciderla.
Alla morte segue la damnatio memoriae: il nome di Messalina viene cancellato dalle iscrizioni, le statue distrutte o modificate, ogni traccia pubblica progressivamente eliminata. La sua figura sopravvive soltanto attraverso il racconto, filtrato da fonti successive, spesso ostili, che ne hanno consolidato un’immagine funzionale a esigenze politiche e dinastiche.
In questo quadro, la morte di Messalina non lascia tracce interpretabili. Non vi è descrizione delle ferite né attenzione alla dinamica dell’uccisione, e il corpo non diventa oggetto di osservazione. L’eliminazione fisica si accompagna immediatamente alla cancellazione della memoria, e il racconto stesso finisce per sostituire ogni possibile lettura del cadavere, che sparisce non solo come oggetto di indagine, ma anche come elemento narrativo significativo.
Dai delitti alla verità: un percorso che deve ancora iniziare
Considerati nel loro insieme, questi episodi mettono in evidenza non tanto la natura politica dei delitti, che resta costante, quanto la diversa posizione che il corpo della vittima assume all’interno del racconto. Il cadavere non è ancora un oggetto da interrogare, ma un elemento che può essere descritto, attraversato dalla violenza o addirittura rimosso, senza che da esso si sviluppi un vero processo di comprensione.
Solo in un caso emerge un tentativo di distinguere e di attribuire un significato alle lesioni, ma si tratta di un gesto isolato, legato all’eccezionalità dell’evento e privo di quella continuità che sola potrebbe trasformarlo in metodo.
Nel complesso, il cadavere della vittima resta subordinato alla logica dell’azione che lo produce e del potere che la determina, e non diventa ancora una fonte autonoma di conoscenza. È un limite che non riguarda il singolo episodio, ma il quadro culturale nel quale questi eventi vengono osservati e raccontati.
Perché il cadavere possa essere riconosciuto come luogo di verità, e non soltanto come segno di una violenza o oggetto di cancellazione, sarà necessario attendere un passaggio ulteriore, che si colloca fuori da questo contesto e che aprirà a forme diverse di rapporto tra osservazione, sapere e giustizia.
È lungo questo percorso, ancora lontano dall’essere compiuto in età romana, che si svilupperanno i prossimi articoli della serie.
To be continued.
