Nel canto XIII del Paradiso, Dante incontra, nel cielo dove soggiornano i sapienti, San Tommaso d’Aquino uno dei pilastri teologici della Chiesa cattolica e principale esponente della Scolastica medievale.
Questi lo richiama a riflettere sui giudizi avventati degli uomini e lo fa, naturalmente, con il linguaggio alato delle terzine del nostro più grande poeta, dicendo: “E questo ti sia sempre piombo a’ piedi per farti muover lento com’uom lasso e al sì al no che tu non vedi”. Ovvero, parafrasando, “E questo ti induca sempre a procedere coi piedi di piombo con la cautela di chi cammina lentamente come un uomo stanco sia nell’affermare che nel negare ciò che non distingui chiaramente”.
Il monito di San Tommaso
Si dà il caso che queste stupendi versi, grazie al Prof. Cazzaniga, che non è solo un punto di riferimento storico della nostra disciplina ma che era anche un grande esperto dantesco, iscritti sul frontone posta al di sopra del tavolo anatomico, trasformato oggi in cattedra, che si può vedere nell’aula magna dell’Istituto di Medicina Legale di Milano.
Nient’altro che un monito esplicito ai periti che esercitano la medicina legale ogni giorno.
L’attuale situazione della medicina legale italiana, che vive ormai da tempo nell’occhio di un ciclone mediatico, ha certamente dimenticato l’ammonimento di San Tommaso e del Maestro milanese.
Podcast, interviste televisive, spezzoni di processo ripresi dalle telecamere ma anche, purtroppo, atti processuali documentano , soprattutto nei maggiori “crime trial”, ovvero quelli soprattutto di interesse notevole per il pubblico dei media, comportamenti e detti che nulla hanno a che vedere con la realtà di una “scienza”, e appositamente pongo in sede le virgolette, assai povera di evidenze come la medicina legale.
Una scienza povera
Tutti sappiamo che, nel nostro ambito, la dinamica della sperimentazione galileiana e del metodo di ricerca cartesiano, trovano quasi impossibile applicazione, sia per la grande individualità della casistica, sia per la mancanza di validazione in ambito di evidenza scientifica. L’assenza di studi multicentrici, di revisioni sistematiche e metanalisi (di difficile esecuzione nel nostro campo), di precise indicazioni operative sotto forma di linee guida e buone pratiche cliniche che affrontino i temi secondo indicazioni validate internazionalmente, fa sì che nelle aule di tribunale si ascoltino agghiaccianti testimonianze ove o prevale l’impudenza falsificatrice o una criteriologia ormai sepolta dal punto di vista scientifico, che il Cazzaniga definiva “d’autorevolezza” (ma eravamo negli anni 20-30).
Un sistema giuridico impreparato
Tutto questo in un mondo giuridico del tutto impreparato alla valutazione della prova scientifica e al contraddittorio su di un piano che vada al di là di confutazioni, spesso deboli, perché non supportate da una preparazione su questi temi.
E’ inutile che i giuristi, in particolare i Giudici, discettino dei criteri della sentenza Daubert quando il loro ruolo di “gate keeper”, ivi invocato, non è supportato da un reale approfondimento sulla criteriologia legata alla valutazione del peso di questo tipo di evidenze. Si rimane così legati o alla fidelizzazione al proprio perito o consulente o, appunto, all’autorevolezza – a volte alla pseudoautorevolezza – dei propri interlocutori, che si definiscono scienziati per proclamare tesi che nulla hanno di scientifico.
Ricordo di aver assistito, durante un Congresso dell’American Academy of Forensic Science, ad un processo simulato in cui il legale interrogava un expert witness della nostra schiatta. I primi 20 minuti venivano semplicemente dedicati alla confutazione di quanto riportato sulla carta intestata su cui era stato vergato il suo parere. Quanti legali in Italia si azzarderebbero a far questo e quanti Giudici permetterebbero una così minuziosa validazione dell’affidabilità di un perito.
Pressioni mediatiche e non solo penale
Il tutto in un panorama ove più forte è la pressione mediatica e ove è sempre più necessaria l’individuazione del mostro, del colpevole in un processo penale in cui, senza voler in alcun modo togliere la necessità di punire gli autori di terribili delitti, non è più l’imputato il protagonista garantito dalla Legge ma solo la vittima sull’onda dell’emozione e della richiesta di punizione severa come succedeva per le tricoteuses giacobine assetate di sangue sotto la ghigliottina in Place de la Revolution nella Parigi rivoluzionaria dell’89 e del 92.
E non pensate che questo valga solo per i grandi processi penali: quanti pareri e quante CTU in ambito civilistico, soprattutto nella sfera della responsabilità medica, vedono il manifestarsi di scritti o detti in sede di operazioni peritali che non vanno al di là della mera affermazione – a volte nemmeno autorevole – dimentichi di criteri sostenuti da linee guida e fonti di letteratura qualificata in un ambiente deplorevolmente sciatto ove vi è solo la necessità di consegnare un elaborato ad un Giudice spesso annoiato e supino a considerazioni cliniche non supportate da dati consistenti. E questo accade non solo per i CTU ma anche per i CT di ognuna delle parti processuali senza distinzione di posizione.
Ho ascoltato recentemente un avvocato che pacatamente ci definiva un “circo” e sconsolato ammetteva l’ormai perdita assoluta di fiducia nella prova scientifica da noi portata in giudizio chiedendo, assai correttamente, che questa non diventasse la “regina” assoluta dell’indagine o del dibattimento ma soltanto uno dei tanti tasselli per ricostruire una “verità” che è solo processuale.
La distorsione dei concetti di certo, probabile, improbabile e impossibile paiono sempre più labili se connessi alla distorsione del dato che li certifichi.
Non tutti, però
Ma allora, davvero ci comportiamo tutti in questo modo?
No, assolutamente no: molti colleghi pensano, studiano, sono tormentati dal dubbio, vagano nell’incertezza cercando spiragli di illuminazione ma allo stesso tempo diffidano di lucentezze effimere procedendo con il piombo dantesco ai loro piedi.
E questo non vuol essere che un appello per tutti quelli che si avventurano nella foresta peritale ricca di insidie, sia nell’operatività svolta per conto dell’Autorità Giudiziaria, sia per la parte ove l’importanza dell’interesse del committente, che deve essere svolta in primis nel controllo dei periti dei Giudici, deve essere messa da parte quando si scontra con l’insostenibilità di tesi consolidate a lei sfavorevoli.
Si sta quindi parlando non solo di correttezza tecnica ma di Etica, con la E maiuscola, che deve forzatamente superare la barriera del gioco del “win or loose” processuale con il preciso ricordo che siamo medici, uomini di scienza, non avvocati.
Il peso delle nostre responsabilità ed un appello ad un’umiltà francescana
Tenendo sempre in mente il peso delle nostre responsabilità che determinano la libertà o meno di un essere umano, la giustizia per le vittime, l’onorabilità di Colleghi, rimettiamo, dunque, il piombo dantesco ai nostri piedi e avviandoci lenti e cauti sul sentiero della scienza, procediamo, avvolti nel dubbio dell’incertezza, cercando, come uomini liberi, di trovare per tutti, giudicanti in primis, almeno uno spiraglio di verità che, qualche volta, è il riconoscimento del non conoscere.
Abbandoniamo, quindi, i nostri titoli accademici, la nostra sensazione di eccellenza, di esperienza e di potenza e alzandoci ogni mattina per recarci al lavoro sui tavoli anatomici, nei nostri ambulatori, nelle aule di Giustizia, lasciamo dietro di noi ogni forma di arroganza.
E, dunque, non si può che invitare tutti noi ad un atteggiamento di profonda umiltà seguendo la via di un grande italiano scomparso 800 anni or sono: Francesco d’Assisi che, sempre Padre Dante, nell’XI canto del Paradiso, definì un “sole che sorge dal Gange”.
Solo scalzi e vestiti di sacco, confidando non solo nella nostra poca scienza ma nel nostro grande amore per la disciplina, potremo essere utili per il compito che ci è stato affidato di poveri ma consapevoli servitori della Giustizia.
