A Modena dal 5 al 7 giugno si terrà il IV Convegno Intergruppi SIMLA, un incontro che vedrà medici legali, scienziati forensi e giuristi confrontarsi , ognuno per il proprio settore di competenza, nel trattare un tema centrale per la nostra disciplina: dall’evidenza alla prova. Naturalmente stiamo parlando di prova scientifica.
Certo per i relatori l’impegno sarà gravoso.
Le tre domande fondamentali
Personalmente penso che quest’ultimi non potranno sottrarsi a tre domande fondamentali, se vogliano fare della nostra Disciplina uno degli interpreti fondamentali nelle questioni del diritto vivente, non solo come mera tecnica, ossia quale strumento di ausilio, ma anche quale irrinunciabile interlocutore ermeneutico e portatore di idee in grado di fornire progresso e non mero sviluppo.
In un mondo in continua evoluzione scientifica chiedersi cosa è la scienza parrebbe essere una domanda retorica, ma quando questa penetra nella vita delle persone e, sempre per mezzo di essa, un essere umano è privato della libertà personale o leso nella sua integrità psicofisica od esprime la sua volontà, è necessario riformulare lo stesso quesito alla ricerca della risposta più idonea al contesto in cui questa scienza è applicata.
Tecnica e scienza secondo Feynman
Feynman dice ne “Il senso delle cose” edito da Adelphi nel 1999, raccolta di alcune conferenze da lui tenute nel 1963 all’Università di Washington, che con la parola scienza si intendono tre cose diverse: un metodo, l’insieme delle conoscenze che originano dalle cose scoperte e, infine, tutte le cose nuove che si possono fare utilizzando la conoscenza acquisita.
Per il premio Nobel, il controllo di tutte le condizioni di sperimentazione è fondamentale per essere sicuri di non aver interpretato male i risultati e sottolinea come sia importante guardare con senso obiettivo le osservazioni dedotte. Evidenzia che ciò che oggi chiamiamo “conoscenza scientifica” è un corpo di affermazioni di diversi livelli di certezza, nessuna certa del tutto. Ciò comporta, con una presunzione riassuntiva delle sue lezioni, che in conseguenza di una indagine scientifica non si sa mai cosa succederà ed il metodo è lo strumento per arrivare alla risposta.
Se la scienza non insegna il bene o il male, come scrive Feynman, queste categorie morali e quelle bioetiche non possono però essere dimenticate dalla Medicina Legale. Inevitabilmente, come ha acutamente fatto osservare Galimberti, oggi siamo nell’era della tecnica, che non è uno strumento ma è un mondo che già spaventava Heidegger. Infatti, la tecnica è in grado di sradicare sempre più l’uomo dalla terra, tanto da renderlo la sua “materia prima più importante”.
Tecnica, etica e deontologia
Nella nostra Disciplina la tecnica, al pari di altre materie clinico-scientifiche, ha una profonda influenza ma dobbiamo renderci conto che oggi la stessa è l’anima della scienza, è ciò che condiziona il suo sguardo fin dal cannocchiale di Galileo.
La tecnica promuove la qualità di questo sguardo e, attraverso i suoi strumenti, anche nuove forme di sapere senza che queste le preesistano. Allora fare le cose in modo esatto, ossia valutarne l’atto (ex actu, dall’atto), significa misurare la verità attraverso la categoria dell’efficacia. Così l’unica razionalità è quella della tecnica e al di fuori di essa tutto è irrazionale.
Se ci limitiamo a questo solo aspetto, il mondo della vita diviene il luogo in cui la tecnica verifica la sua efficienza ed esercita sull’uomo il suo grado di razionalità. L’uomo, però, possiede anche una dimensione personale irrazionale.
La nostra Disciplina non può quindi essere relegata a mera tecnica, pena il rischio di entrare a far parte di un apparato, in cui è importante solo come si fanno le cose senza porsi domande di naturale o etiche.
Allora si realizza ciò che sostiene Weber: nell’età della tecnica l’unica etica è quella che non si fa carico delle intenzioni degli uomini ma degli effetti delle loro azioni. Specifica però Galimberti: finché gli effetti sono prevedibili. E qui torniamo punto e a capo perché gli effetti della scienza e della tecnica non sono prevedibili.
Se quindi vogliamo che la nostra Disciplina preesista come sapere rispetto alle applicazioni tecniche è importante chiedersi: se dobbiamo fare le “cose” che facciamo, perché le facciamo e quali sono le conseguenze di ciò che facciamo.
L’augurio è che a Modena gli interventi siano centrati per fornire una risposta a queste tre domande.
