Il ricordo del Prof. Riccardo Zoja
Non è frequente che, nel momento della commozione più profonda per la scomparsa di una persona amata, si avverta potente l’impulso a non perdere la rotta e proseguire con forza in una missione.
È il sentimento che mi è insorto più forte quando sono stato raggiunto dalla notizia della scomparsa del prof. Antonio Farneti: un Maestro, un riferimento, un punto di approdo per ogni difficoltà accademica e professionale, un testimone di come affrontare il trascorrere dei tempi nella Medicina Legale con metodo e criteri di oculata saggezza: e con il più radicato senso del rispetto e dell’etica.
Disponibilità e confronto non solo tecnico ma anche umano
La disponibilità come strumento di gestione è una caratteristica che non potrà dimenticare nessuno dei suoi allievi e di tutti coloro che hanno avuto l’esperienza di affrontare con lui un’esperienza professionale.
Per tutti coloro che, come me, hanno vissuto in modo protratto l’esperienza della vita universitaria nell’Istituto di Medicina Legale di Milano, il prof. Farneti ha segnato il riferimento di sicurezza, di indirizzo e di un confronto che, con lui, iniziava sempre senza alcun disagio, ma nella pienezza del conforto scientifico, tecnico e umano.
Sono tutti sentimenti che vivono anche coloro che lo hanno conosciuto e vissuto nella sua parentesi bresciana quando quell’importante sede era un polo dell’Ateneo milanese così come il polo del San Raffaele anch’esso a lui affidato.
È stato Presidente della Società Italiana di Medicina Legale con quel sentimento di servizio, di solidarierà tra colleghi e di progresso che noi, giovani a lui quotidianamente vicini, percepivamo nel sentirlo raccontare le vicende e le preoccupazioni della Disciplina a livello nazionale. Ha sostenuto con vigore le posizioni italiane nel board di IALM e, nel 2003, assumendosi l’incarico di organizzarne il congresso internazionale, fu in grado di trasmetterci l’entusiasmo che non si ferma neppure di fronte alle fatiche più intense di una realizzazione.
La sua iniziativa di ottenere un coordinamento tra le associazioni medico legali nazionali, che ha rappresentato l’origine di FAMLI, ci venne trasmessa come un pensiero di chi voleva consolidare, anzitutto, l’amicizia e la solidarietà tra colleghi che si rafforza attorno ad una tavola imbandita.
La forza di una capacità didattica come dovere di trasmissione della profondità del pensiero medico legale sono un’inequivocabile caratteristica testimoniata da chiunque è stato suo allievo e dalle sue iniziative personali di effettuare corsi supplementari e lezioni personalizzate per gli studenti più in difficoltà per problemi linguistici o culturali.
Unità nel suo nome
Oltre a tante altre cose, è questo che oggi viviamo e sentiamo come suo messaggio a proseguire in un itinerario di unità, guardando avanti e con salda consapevolezza delle nostre radici.
Conoscendolo so benissimo che non avrebbe voluto e gradito anche queste parole che sono la naturale risposta ad una mancanza incolmabile che è già ricordo profondissimo; ma non vi è alternativa al condividere con tutti i colleghi che hanno conosciuto e vissuto il Prof. Antonio Farneti dei sentimenti che non possono che accomunarci in questo momento e che non ci abbandoneranno perché sono impressi nel cuore.
Il ricordo del Prof. Umberto Genovese
È venuto a mancare -per molti di noi- un porto sicuro dove attraccare nei momenti di dubbio e di scoramento. Dove sentirsi compresi e venire rifocillati con dosi di fiducia che ti consentivano di proseguire il cammino attraverso le difficoltà e le insidie della professione, dell’accademia, ma anche della vita.
La sua carriera e l’apertura verso l’esterno
Nato a Bologna nel 1936, il Prof. Farneti si trasferì -finita la maturità- nel capoluogo lombardo, dove compì gli studi universitari, per poi intraprendere la carriera accademica e fermarsi definitivamente (dopo un breve passaggio a Brescia) in quella che divenne la Sua prima casa (in tutti i sensi): l’Istituto di Medicina Legale dell’Università degli Studi di Milano.
Se da una parte la Sua crescita probabilmente ebbe a risentire delle influenze milanesi, dall’altra, il Suo essere emiliano di certo non si affievolì. Esempio di understatement estremo (non si era mai fatto stampare i bigliettini da visita e … provate a trovare su Internet un Suo curriculum), favorì l’apertura dell’Istituto verso l’esterno, dando l’esempio sia partecipando a quasi tutti i convegni nazionali o meno, anche una volta andato in pensione (il malore che lo colpì, condizionandone il decesso il 27 novembre, si verificò -tra l’altro- proprio al rientro di uno di questi), sia spendendosi nelle principali forme di aggregazione scientifica ed associativa della nostra Disciplina, ricoprendo il ruolo di Presidente della SIMLA, della FAMLI e di Medicina e Diritto.
L’ultimo Direttore, il nostro papà e la nostra mamma
Ma per chi scrive e per molti altri, il Prof. Farneti era e rimarrà per sempre il Direttore dell’Istituto di Medicina Legale di Milano (in effetti fu anche l’ultimo, rimanendo in carica fino al dicembre del 2008).
Si diceva degli innumerevoli Convegni a cui partecipò. Ebbene, in uno di questi (San Remo, 1985) accadde -in verità- “qualcosa” di “speciale”. O, meglio, nacque “qualcosa” con “qualcuna” di “speciale”, la Collega Luisa Tornotti. E da allora -un poco alla volta- capimmo che noi dell’Istituto non avevamo solo un papà, ma anche una mamma.
Sono certo che ora mi rimprovererebbe se ripercorressi nei dettagli la Sua carriera accademica (“sì, sì, va bene; andiamo avanti…”). D’altra parte, io sono convinto che per certe Figure Accademiche non ci sia bisogno di ricordare chi sono state, quante pubblicazioni hanno prodotto, quanti libri hanno scritto, … Queste Persone le conoscono tutti. Tutti sanno cosa hanno fatto. Basta citare unicamente nome e cognome. Basta sapere che Lui era ANTONIO FARNETI.
Uno che c’è sempre stato per gli altri
Sono conscio che i ricordi che vi ho trasmesso non risultano in linea con quanto di formalmente atteso -in occasioni consimili- da un universitario. Ma un mio scritto diverso non sarebbe stato possibile. Sia per quello che sono, sia per quello che il Prof. Farneti è stato per me. Ma non solo per me. Mi piace riportare al riguardo quanto scritto da una cara collega dell’Istituto di Medicina Legale: “chi sarei (stata) se non avessi incontrato il Prof. Farneti?”. Ecco, la stessa domanda me la sono posta io. La risposta che abbiamo raggiunto è la stessa ed è quasi certamente uguale a quella che ognuno di noi, della Scuola milanese, darebbe: non saremo quello che siamo e non avremmo fatto le scelte che abbiamo fatto.
Un’ultima cosa. Quasi vent’anni fa, nella prefazione di un libro, il Prof. Farneti, riferendosi al più giovane degli autori, allora ricercatore universitario, scrisse che non l’aveva mai deluso. Ecco, caro Professore, non sono così sicuro che io abbia poi continuato a non deluderla. Ma sono però certo di una cosa. Lei non è mai venuto meno al Suo Ruolo. Lei c’è sempre stato. Per tutti.

Una piccola annotazione personale
Sulle spoglie di Cesare, Shakespeare fa dire a Marco Antonio: “Il male che gli uomini fanno vive dopo di loro;
il bene è spesso sepolto con le loro ossa“.
Non sarà così per il Prof. Farneti tante sono state le testimonianze di stima e di affetto che sono piovute da ogni parte d’Italia per ricordarlo.
E se devo pensare a un ricordo, è quello del suono gracchiante della radiolina dalla quale ascoltava, con la porta del suo studio sempre aperta, “Tutto il calcio minuto per minuto” la domenica pomeriggio mentre lavorava in Istituto (sì: si lavorava in Istituto la domenica pomeriggio).
Sua moglie Luisa mi ha detto che ero il “suo figlio scapestrato”. So di averlo tradito lasciando la carriera universitaria. Ma so anche che mi ha perdonato. E di questo gli sono immensamente grato perché, e l’ho capito in questi giorni, ora so quanto mi voleva bene. E voler bene a uno come me qualche volta è davvero difficile.
Caro Prof., non hai idea di quanto, quanto, quanto mancherai al sottoscritto e a tutti quelli, e sono tanti, che credono nella medicina legale italiana e che la amano come tu l’amavi.
Franco Marozzi
