CAPITOLO 1 – Neve, zabaione e una telefonata inattesa
Dicembre aveva scelto di divorare Torino. Non si limitava a coprirla, la inghiottiva. Le sue fauci spalancate sputavano neve e gelo con una furia regolare, quasi metodica, che non concedeva tregua. Le strade sembravano sepolcri bianchi e ogni passo lasciava un’impronta destinata a svanire entro pochi secondi.
Frank Marlowzkj, impermeabile con il bavero alzato, avanzava sul selciato ghiacciato. Non aveva più un incarico istituzionale da anni. Aveva lasciato la medicina legale pubblica per lavorare da indipendente, accettando consulenze modeste e spesso deprimenti. L’ultima — valutare un livido da paraurti in una collisione avvenuta a due all’ora — aveva messo a dura prova la sua pazienza professionale.

Quella sera Frank non era uscito per un caso. Voleva solo scalzare dal corpo il freddo pungente che scendeva dal Monte dei Cappuccini e rifugiarsi nei dieci minuti di umanità offerti da un buon zabaione.
Al Guardians Café
Entrò nel Guardians Café, vicino ai portici anneriti dal carbone dei tram.
«Ehilà, taglia-morti! A te il freddo non fa un baffo.»
Il saluto di Meryl Gherard tagliò l’aria come sempre. Sulle labbra di altri sarebbe stato offensivo, ma tra loro era quasi un gesto d’affetto.

Frank scosse la neve dal cappotto, che sull’appendiabiti troppo basso arrivò quasi a terra.
«Meryl. Zabaione. Quello serio.»
Lei non rispose, ma il tintinnio del pentolino bastò.
Il locale profumava di cannella e caffè tostato. Fuori i tram arrancavano sul ghiaccio, dentro regnava un calore che sapeva di tregua. Frank adorava quel posto: non chiedeva niente e non pretendeva alcuna maschera.
«Hai sentito della fabbrica del cioccolato?» domandò Meryl, porgendogli la tazza fumante e una meliga in un piattino. «Una brutta storia. Proprio sotto Natale.»
«No.» gracchiò Frank.
«Il guardiano. Morto.»
Frank sollevò appena lo sguardo, poi immerse il biscotto nello zabaione. La crema calda gli sciolse la giornata di dosso ma la tregua durò il tempo di un respiro.
Il telefono squillò.
Meryl rispose, ascoltò, poi gli porse la cornetta.
«È per te.»
Frank sospirò. «Marlowzkj.»
Chiamata per il morto

«Sono Ross Baxter, proprietario della N.R.C.» La voce tremava. «Suppongo abbia sentito le notizie.»
«No.» Tagliò corto Frank.
«Il mio guardiano, Peter Fairman, è morto. La polizia parla di incidente, ma io… non ci credo. Ho bisogno di lei. Subito. Lei ha esperienza, competenza… e discrezione.»
Quell’ultima parola Frank la conosceva bene. Era la moneta corrente di chi voleva evitare i canali ufficiali. E lui, medico legale “fuori dal giro”, era perfetto per quel ruolo.
Rimise la cornetta, finì lo zabaione in un sorso, indossò il cappotto.
«Stai attento,» disse Meryl.
Nella fabbrica di cioccolato
Frank uscì.
Torino lo inghiottì nella sua neve.
Le luci di Natale riflettevano bagliori rosati sui portici di via Po, ma più avanti sfumavano sotto il blu intermittente delle sirene. L’insegna della Nuova Rinomata Cioccolateria brillava nella neve come un marchio d’oro.
Cecily Breeze lo accolse alla porta. «Il Dr. Marlowzkj? Venga. Il signor Baxter l’attende.»
Lo guidò lungo un corridoio riscaldato, adornato da ghirlande e decorazioni natalizie, impregnato dall’aroma dolce del cacao. Ogni mobile ospitava dolci splendidi come gioielli: tavolette, praline, torroni, sfere lucide.
Sembrava di attraversare il ventre di una fiaba.
Sul ballatoio che dominava il laboratorio, Baxter lo attendeva.

«La polizia è già al lavoro. Ma ho bisogno del suo occhio.»
Sotto di loro, le forze dell’ordine si muovevano come pedine su una scacchiera.
Frank seguì Cecily lungo la scala metallica che scendeva verso il laboratorio; ogni gradino risuonava secco, amplificando il silenzio innaturale della fabbrica.
Accanto alla macina del cacao giaceva Peter Fairman, volto rivolto verso l’alto, pallido come la neve posata sugli alberi della vicina piazza Castello.
Poco più in là, vicino alla linea di macinazione, un uomo magro e allampanato osservava la scena con le mani infilate nelle tasche della tuta da lavoro, immobile come se stesse ancora ascoltando la fabbrica.
Cecily Breeze si avvicinò a Frank.
«Francis Piard. Tecnico delle macchine. È stato lui a fermare l’impianto.»
Piard fece un cenno appena percepibile.
«Quel rumore non era normale,» disse. «La macina aveva già smesso di girare quando l’ho trovato.»
Un uomo in camice si voltò.
«Lasciatelo passare. …È un collega».
Tecnici al lavoro

Il Dr. Henry P. Zorn, pacioso e impeccabile, stava già compilando appunti.
Accanto a lui, una giovane donna riccioluta prendeva appunti su un taccuino sottile.
Frank la notò appena: presenza discreta, quasi trasparente.

«Sarah Sablin,» disse Zorn senza alzare lo sguardo. «Lavora con me.»
Lei sollevò gli occhi un istante, annuì, poi tornò a scrivere. Non fece domande. Non commentò.
«Causa della morte?» chiese Frank.
«Una caduta. Scivolato, battuta la testa. Semplice.»
Frank studiò la scena.
«Niente qui è semplice.»

Una voce lo raggiunse.
«Interessante affermazione, Dr. Marlowzkj.»
La Commissario Camille Tate, postura decisa, occhi verdi affilati, lo osservava senza battere ciglio.
«Perché non sarebbe una caduta?»
Frank si accovacciò vicino al corpo.
«Perché il sangue va in due direzioni. Una da impatto. Una da spostamento successivo.»
Zorn strinse la mascella.
Camille annuì. «Quindi un omicidio.»
Frank si alzò. Il bastone ticchettò sul pavimento, unico suono nella stanza.

Un agente apparve sulla soglia.
«Commissario, impronte sul retro.»
Camille annuì. «Marlowzkj, venga.»
Sul retro, l’aria sapeva di gelo e carbone umido. La neve fresca era un libro aperto.
Patrick Goodwether, torcia in mano, indicò la traccia. «Passo pesante, irregolare. Trascina il piede destro».
Rodolfo Krampus

Frank e Camille si scambiarono uno sguardo.
«Rodolfo Krampus,» disse Frank.
La neve iniziò a cadere più fitta. Il bagliore lontano del lampione all’angolo dei Giardini Reali tremolava come una candela.
All’improvviso, a venti metri da loro, una figura massiccia attraversò il buio del parco, schiacciando i cumuli di neve sotto il passo pesante. La sagoma, alta e storta, sparì tra gli alberi come un’ombra sgraziata.
Camille sibilò: «Krampus.»
Le impronte lo confermarono: una linea decisa, scomposta, diretta verso i Giardini Reali.
Frank si chinò.
«Ha sbilanciato il peso. E qui—» Sfiorò un punto dove la neve era spezzata. «—si è voltato. Due volte.»
«Per vedere se lo seguivano?» chiese Goodwether.
Frank scosse la testa. «Per vedere se qualcun altro lo stava raggiungendo.»
A lato, appena accennate sulla neve intatta, comparivano altre orme: più leggere, più rapide. Tracce di qualcuno che non voleva essere notato.
Poi svanivano. Cancellate. O coperte.
«Due persone,» mormorò Camille.
Frank annuì. «Una fuggiva. L’altra controllava il lavoro.»
Ma a pochi passi dal parco, le impronte si disgregarono. La tempesta di neve le stava inghiottendo.
Goodwether sbuffò. «Qui le perdiamo.»
Frank ascoltò il silenzio ovattato della città, rotto solo dal lontano clangore di un tram che arrancava verso Porta Nuova.
«Si perdono, sì,» disse. «Ma non tutte. E alcune non appartengono a Krampus.»
Camille gli si avvicinò. «Un complice?»
Frank fissò il buio degli alberi. Il vento scuoteva i rami come dita nervose.
«Un complice che sa stare nell’ombra meglio di lui.»
La neve ricominciò a cadere più fitta, cancellando le impronte una ad una.
Il vento cancellava la neve e la neve cancellava le prove.
Ma non la verità. Quella sarebbe riaffiorata. Prima o poi.
E non sarebbe stato piacevole.
To be continued…
Appuntamento a domani per l’ultima puntata
